Il Canto degli Italiani: la storia e il contesto

Goffredo Mameli

Il Canto degli Italiani, conosciuto anche come Fratelli d’Italia, Inno di Mameli, Canto nazionale Inno d’Italia, è un canto risorgimentale il cui testo venne scritto da Goffredo Mameli e musicato da Michele Novaro. Scritto nel 1847, è stato l’inno nazionale de facto della Repubblica Italiana dal 1946 al novembre 2017, quando, finalmente, è stata approvata la legge che lo ufficializza. [A questo link viene sinteticamente ripercorso tutto l’iter procedurale precedente all’approvazione della legge].

Il testo – è fatto notissimo – fu scritto dal genovese Goffredo Mameli, allora giovane studente e fervente patriota, in un contesto storico caratterizzato da quel patriottismo diffuso che già lasciava presagire i moti del 1848 e la Prima guerra d’Indipendenza. A fianco di questa attribuzione, che è la più consolidata, ne esiste un’altra: secondo alcuni, infatti, l’autore sarebbe in realtà Atanasio Canata. Gli storici, però, rigettano questa ipotesi.

Anche sulla data di stesura del testo esistono discordanze. La versione più accreditata parla del 10 settembre 1848, ma alcuni studiosi lo farebbero risalire a due giorni prima- Tra i sostenitori di questa seconda ipotesi ci fu Giosuè Carducci, che così riassume il contesto storico nel quale nacque il Canto degli Italiani:

[…] Fu composto l’otto settembre del quarantasette, all’occasione di un primo moto di Genova per le riforme e la guardia civica; e fu ben presto l’inno d’Italia, l’inno dell’unione e dell’indipendenza, che risonò per tutte le terre e in tutti i campi di battaglia della penisola nel 1848 e 1849 […[.

Michele Novaro

Inizialmente si pensò di adattare il testo a musiche preesistenti, ma presto questa idea venne scartata e così, il 10 nvembre 1847 Goffredo Mameli inviò il testo dell’inno a Torino per farlo musicare dal maestro genovese Michele Novaro, che in quel periodo si trovava nella casa del patriota Lorenzo Valerio. Novaro ne fu subito conquistato e il 24 novembre 1847 decise di musicarlo. Dell’entusiasmo del compositore e di un curioso episodio abbiamo testimonianza tramite le parole del patriota e poeta Anton Giulio Barrili che, nell’aprile 1875, durante una commemorazione di Mameli, così riportò le parole di Novaro:

[…] Mi posi al cembalo, coi versi di Goffredo sul leggio, e strimpellavo, assassinavo colle dita convulse quel povero strumento, sempre cogli occhi all’inno, mettendo giù frasi melodiche, l’un sull’altra, ma lungi le mille miglia dall’idea che potessero adattarsi a quelle parole. Mi alzai scontento di me, mi trattenni ancora un po’ in casa Valerio, ma sempre con quei versi davanti agli occhi della mente. Vidi che non c’era rimedio, presi congedo e corsi a casa. Là, senza neppure levarmi il cappello, mi buttai al pianoforte. Mi tornò alla memoria il motivo strimpellato in casa Valerio: lo scrissi su d’un foglio di carta, il primo che mi venne alle mani: nella mia agitazione rovesciai la lucerna sul cembalo e, per conseguenza, anche sul povero foglio; fu questo l’originale dell’inno Fratelli d’Italia […].

Mameli era repubblicano, giacobino e sostenitore del motto nato dalla Rivoluzione francese Liberté, Égalité, Fraternité. Per questa ragione, per scrivere il testo del Canto degli Italiani si ispirò all’inno nazionale francese, La Marsigliese. Per esempio, il verso «Stringiamci a coorte» richiama il verso della Marsigliese «Formez vos bataillon» (“Formate i vostri battaglioni”). Ma Mameli si ispirò anche all’inno nazionale greco, che fu composto nel 1823. Sia La Marsigliese che l’inno greco fanno diversi riferimenti all’antichità classica, vista come esempio per affrancarsi dal dominio straniero, e si richiamano alla combattività, strumento necessario per ambire a una riconquistata libertà. Nell’inno nazionale greco è presente, così come nel Canto degli Italiani, una menzione all’Impero austriaco e al suo dominio sulla penisola italiana. Un verso della versione completa dell’inno greco, formata da 158 strofe, recita infatti: «L’occhio dell’Aquila nutre ali e artigli con le viscere dell’italiano» ed è evidente il richiamo allo stemma imperiale asburgico.

Stesura autografa della prima strofa e del ritornello. Nella foga Goffredo Mameli vergò “Ilia” invece di “Italia” e scrisse “chiamo” invece di “chiamò”. Il ritornello iniziava, invece, con «Siam stretti a coorte», subito corretto dallo stesso Mameli, appena sopra la riga stessa, in «Stringiamgi a coorte». In seguito, quest’ultimo verso venne rettificato nel definitivo e ortograficamente corretto «Stringiamci a coorte»

Anche l’inno nazionale polacco, scritto a Reggio Emilia nel 1797 fa riferimento all’Italia. Il ritornello recita, infatti: «Marsz, marsz, Dąbrowski, z ziemi włoskiej do Polski» (“In marcia Dabrowsli, dalla terra italiana alla Polonia”). Questo testo si riferisce all’arruolamento, tra le file delle armate napoleoniche di stanza in Italia, di volontari polacchi che erano fuggiti dalla loro terra di origine per ché perseguitati per motivi politici. La Polonia era infatti scossa da moti di ribellione che erano finalizzati all’indipendenza del Paese slavo dall’Austria e dalla Russia. Questi volontari parteciparono alla prima campagna d’Italia al fianco di Napoleone, che aveva promesso loro una imminente guerra di liberazione della Polonia. In particolare, il testo esorta il generale polacco Jan Henryk Dabrowski a volgere al più presto le sue armate verso la loro terra. A sua volta, Il Canto degli Italiani fa riferimento alla situazione politica della Polonia, che all’epoca entrambi i popoli non avevano una Patria ed erano assoggettati a dominazione straniera. La vicendevole citazione Italia-Polonia è unica al mondo.

Nella prima versione del Canto degli Italiani era presenta un’ulteriore strofa, dedicata alle donne italiane. Questa strofa, che venne eliminata dallo stesso Mameli prima del debutto ufficiale dell’inno, recitava:

Tessete o fanciulle
bandiere e
coccarde
fan l’alme gagliarde
l’invito d’amor.

Nella versione originaria dell’inno, il primo verso della prima strofa recitava: «Evviva l’Italia» e fu cambiato in «Fratelli d’Italia» da Michele Novaro. Inoltre, quando ricevette il manoscritto, il compositore aggiunse anche un roboante «Sì!» alla fine del ritornello cantato dopo l’ultima strofa.

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