Vittorio Veneto: vittoria dello Stato Maggiore

Vittorio Veneto non è stata una vittoria militare, per la semplice ragione che per esserci vittoria dev’essere battaglia; e per esserci battaglia, un nemico che si batte.

Ora a Vittorio Veneto c’era un nemico che si ritirava. Vittorio Veneto è una ritirata che abbiamo disordinato e confuso: non una battaglia che abbiamo vinto. Questa è la verità che si deve dire agli italiani: la verità che gli italiani debbono lasciarsi dire.

A Vittorio Veneto non abbiamo vinto l’esercito austriaco, che era già vinto; non abbiamo distrutto l’Austria, che era già in pezzi; non abbiamo fatto una guerra di manovra, se non nel senso della manovra di Piazza d’Armi.

Se si sapesse ragionare – ragionare semplicemente, senza neppure ricorrere alla testimonianza di chi c’è stato – si comprenderebbe l’impossibilità di perdere soltanto sedicimila uomini fra morti e feriti in un combattimento dallo Stelvio al mare durante una settimana (escludo i diciannovemila del Grappa per le ragioni che dopo dirò); di sorpassare in poche ore o in pochi giorni e relativamente con poche perdite, tutte le più difficili posizioni delle quali si era infranto l’impeto delle nostre migliori brigate; di sconfiggere in otto giorni un esercito che non avevamo potuto battere in tre anni, altro che una volta, e che ci era superiore di numero e di posizione; di entrare in camion a Trento e in piroscafo a Trieste; se quell’esercito avesse resistito sul serio.

Quando si parla della «grande vittoria», si dimentica che quindici giorni prima il comando italiano non si sentiva in grado di attaccare il nemico, se non venivano parecchie divisioni americane a colmare la differenza di numero, d’armamento e di posizioni; non si ricorda più che alla fine del settembre la Bulgaria aveva diplomaticamente aperto una falla nel suo fronte, che il primo di ottobre aveva accettato l’armistizio e troncato così le comunicazioni fra Imperi centrali e Turchia, messa la Romania in grado di insorgere e obbligato l’Austria a difendersi sul Danubio; che le nazionalità dell’Austria-Ungheria in fermento politico stavano dichiarando la propria indipendenza, formavano eserciti nazionali, chiedevano il ritiro delle truppe dal fronte; che tutti sentivano nella offensiva germanica del maggio intesa a schiacciare la Francia prima dell’arrivo di tutte le forze americane l’ultimo sforzo del nemico; che nell’Austria più debole e sconnessa, tutti facevano al si salvi chi può per il primo; che la lotta delle nazionalità era penetrata anche nell’esercito austroungarico, l’ultimo elemento di saldezza del regime; che ammutinamenti, diserzioni, fame, ribellione endemica e bande di disertori dovunque, erano la regola al fronte e nell’interno dell’Austria.

Se ciò non fosse, Vittorio Veneto sarebbe un miracolo; e nella storia miracoli non se ne conoscono.

Se poi queste ragioni non persuadono, s’interroghi qualunque combattente onesto delle armate al fronte nei giorni di Vittorio Veneto – esclusi quelli della quarta armata sul Grappa; e vedremo perché – ed egli risponderà che non fu una battaglia ma un inseguimento, con qualche urto delle retroguardie austriache con le nostre avanguardie. Se non ha spirito di osservazione e di verità sufficiente per dare questa risposta, lo si faccia paragonare i combattimenti delle giornate d’ottobre e novembre 1918 e con tutti quelli precedenti, la risposta verrà da sé.

La verità è che noi cogliemmo l’esercito austriaco quando era deciso a ritirarsi e giù si stava in parte ritirando ai vecchi confini, quando l’Austria aveva ripetutamente implorato la pace, chiesto l’armistizio e cercava di risolvere i problemi interni delle nazionalità e della fame mediante qualunque frettoloso accordo con l’Intesa. Questo esercito in molti tratti del fronte non aveva più grosse e medie artiglierie, che catturammo già nell’interno, sui treni o sui piani di caricamento pronte per partire: questo esercito non aveva più, in massima parte, volontà, e spesso nemmeno mezzi sufficienti per resistere, ed il nostro comando lo sapeva benissimo, perché alla vigilia del passaggio del Piave faceva ufficialmente annunziare alle truppe che non avrebbero trovato resistenza, come difatti pochissima ne trovarono.

Io non dubito che l’esercito austriaco, se anche avesse combattuto, sarebbe stato vinto come nel giugno; perché l’animo dei nostri soldati non era mai stato così pieno di sicurezza e di spirito aggressivo; ma non sarebbe stato vinto con sacrifizi così leggeri da parte nostra: dico leggeri, a paragone di quelli che costava un’avanzata di poco sul Grappa o sull’Isonzo, quando gli austriaci non si ritiravano.

In realtà gli austriaci si batterono sul serio soltanto sul Grappa, nei giorni 24, 25, 26 ottobre; e in questi tre giorni, sopra pochi chilometri, perdemmo diciannovemila uomini, sia per la resistenza nemica, sia per la nostra impreparazione e l’insipienza di chi comandava. Si può dire che l’attacco sul Grappa è stato l’ultimo disastro ordinato dai nostri generali. Disastro perché inutile nei resultati, se ottenuti; perché male preparato; perché male diretto. Al solito, anche quella volta i sacrifizi delle prime ore non ebbero dalle riserve il sostegno sufficiente per affermarsi. Perdemmo fior di uomini e non avanzammo di un metro. Il Grappa cadde, quando, dopo tre giorni, superate le difficoltà del passaggio a Vidor, a Sernaglia, al Ponte della Priula, il massiccio montuoso si sentì avviluppato dalla destra; e le riserve non si vollero battere.

La verità è che le riserve austriache non vollero più affluire dalle retrovie ai luoghi di combattimento, perché non può combattere un soldato, per disciplinato che fosse nel passato, quando sa che lo Stato si va dissolvendo, che il proprio paese acquista l’autonomia e deve difenderla contro pericolosi vicini, quando ormai il re ed i ministri non parlano che di pace e chiedono con insistenza armistizi, quando gli alleati concludono paci separate.

Vorrei sapere cosa sarebbe accaduto in Italia se al momento dell’offensiva di Caporetto, l’esercito italiano invece di sentirsi alle spalle un paese deciso a resistere, degli alleati che promettevano e mandavano aiuti, (sia pure fermati al Mincio), avessero avuto notizia che la Francia aveva concluso una pace separata, che il re aveva chiesto un armistizio, che la Sicilia sollevatasi aveva dichiarato la propria indipendenza e che le altre regioni d’Italia la seguivano.

L’esercito austriaco vinto militarmente nel giugno, cadeva nel novembre per ragioni morali, come una parte del nostro era caduto per ragioni morali a Caporetto. Ma dopo Caporetto si trovò in Italia un popolo pronto a resistere ad ogni costo; ed altre parti dell’esercito si mostrarono salde; mentre Vittorio Veneto fu una Caporetto totale e definitiva per l’Austria.

Vittorio Veneto non è una vittoria militare che per i professionisti dell’esercito. Per lo Stato Maggiore è stata una battaglia ideale, in cui tutto è andato come era stato previsto sulla carta. E si capisce: dove il nemico quasi non resiste, l’imprevisto viene a mancare e tutti i corpi posson fare all’incirca quei bei movimenti ed eseguire quelle belle marce che l’ufficiale dei comandi studia sulle carte al 25000.

Ma le vere battaglia hanno ben altro svolgimento. Lo Stato Maggiore propone e il nemico dispone. Chi le prepara e dopo le racconta non sa mai la verità. Tutte quelle ordinate storie che si leggono nei rapporti ufficiali sono inventate a tavolino. Le relazioni dello Stato Maggiore sono false come quelle dei giornalisti. La battaglia si svolge sempre in modo impreveduto e il Comando nel raccontarla bisogna sempre che l’accomodi per farla andare d’accordo con le disposizioni date.

Invece la battaglia di Vittorio Veneto è andata, su per giù, secondo i progetti dello Stato Maggiore. È un peccato che sia mancato, in questa battaglia, il nemico, altrimenti potrebbe diventare classica nei manuali di strategia.

E perché questa serie di combattimenti di retroguardia d’un esercito sfasciato, è stata così gonfiata?

Per gonfiare Vittorio Veneto si incontrarono mirabilmente due desideri: quello della casta militare, di far buona figura e prepararsi un buon dopo guerra glorioso, e quello della casta politica, che voleva sfruttare la facile vittoria, per rinfacciarla agli alleati e riaccendere nel paese le fiammate di boria nazionalista, di sentimenti imperialistici e di odio per i vicini, che Caporetto e la necessità d’una politica più calma avevano per un bel pezzo sedate ma non mai totalmente spento.

(Anche gli alleati, sul fronte francese compivano un’avanzata su per giù nelle nostre stesse condizioni. Anche l’avanzata franco-inglese-americana non trovò dinanzi a sé seri ostacoli. L’esercito germanico si stava ritirando. Non era finito e spezzato da interno disordine come l’austriaco, ma ciò non di meno non era in grado più di resistere. Anche gli alleati gonfiavano la loro vittoria e bisognava gonfiarla anche noi).

Ecco come si spiega, con l’aiuto della censura, con l’ingenuità della maggioranza, con il confronto degli alleati, che le classi dirigenti abbian bevuto alla coppa incantata della «grande vittoria» e sian tornate all’ebbrezza ed all’illusione di credersi il primo popolo dell’Intesa, il salvatore e definitivo vincitore della guerra, tutto pieno di sospetti per la preda avuta in mano, col cuore ribollente di tutti i cattivi sentimenti e gli orgogli, dimenticando in un attimo gli insegnamenti e la passata esperienza, i propositi di umiltà, la critica dei propri difetti esercitata ma non ancora trionfatrice. Ed ecco, con la menzogna militare e politica, avvelenata la vera vittoria e prepararsi per l’Italia la seconda Caporetto, quella diplomatica, ossia la commedia di Orlando e Sonnino col trionfale viaggio da Roma a Parigi ed il seguente vergognoso ritorno.

L’ultimo colpo di cannone era stato tirato alle quattro del pomeriggio del quattro novembre che già nei Comandi si brindava alla nuova guerra con la Francia o con la Jugoslavia Bisognava continuare la bella vita con l’automobile, con le ville a disposizione, i piantoni servitori, le signore per la sera, le grasse indennità e l’avanzamento rapido. All’infuori di Diaz, che più di generalissimo non poteva diventare, i più sognavano di arrivare ad un grado più alto. Il mondo era veduto attraverso l’annuario militare.

Nella grande industria dove si temeva di perdere la bazza del cliente unico, che compra a qualunque costo, fornendo la materia prima e gli esoneri per la mano d’opera, nonché la disciplina militare, si formavano gli stessi auguri. La possibilità di guadagnare milioni senza fatica, aveva male abituato i cosidetti capitani dell’industria, ai quali non doveva arridere troppo l’avvenire con la concorrenza straniera, gli scioperi operai, la necessità di rifarsi un mercato ed un pubblico. Il mondo era veduto attraverso il libro degli introiti.

Vittorio Veneto per tutti questi non poteva essere una fine ma soltanto un principio. Bisognava cercare ad ogni costo un pretesto se non una ragione, un’ideologia se non un’idea, per continuare la dittatura militare tipo Comando Supremo, e non smobilitare. A ciò servivano in modo classico i gruppi nazionalisti e il sentimento nazionalista della classe dirigente.

La Conferenza di Parigi, con le sue deviazioni dai principi ideali sui quali era fondata, doveva offrire più d’una occasione. Fatto più di un assaggio e più di un tentativo, con molta abilità questa è stata definitivamente scelta nell’avventura che si svolge mentre io scrivo e che ha preso nome da Fiume. Essa proviene e si svolge in quella atmosfera, che io chiamerei l’atmosfera della vittoria da Stato Maggiore, che s’era cominciata a formare poche ore dopo Vittorio Veneto.

Indice
La vittoria del Piave-Grappa: vittoria di combattenti

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:

By continuing to use the site, you agree to the use of cookies. more information

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close