Speranze che paiono impossibili

Eppure non tutta l’Italia è stata così. Non tutta l’Italia è rappresentata dalle canaglie dell’alto e dagli incoscienti del basso. Quando si pensa allo sforzo non mediocre occorso per decidere questo popolo alla guerra: quando si pensa alla creazione, che sembra un miracolo, d’un esercito di quattro milioni e mezzo con masse e con classi dirigenti siffatte, che ha retto per due anni e mezzo ad una guerra alla quale non era allenato fisicamente né preparato moralmente: quando si pensa a tutto ciò che nell’ingranaggio mostruoso è riuscito ad andare avanti, a dispetto di pigrizie, di sabotaggi e di ignoranze: quando si pensa ai sacrifici volontari, agli esempi premiati, ai nascosti eroismi, alle umili devozioni, alle obbedienze infinite: bisogna dire che c’è qualche cosa di meglio nel paese, che c’è qualcuno che manda avanti la baracca, che soffre, che lavora, che spera, che crede, che è capace di morire. E allora si rivela agli occhi dell’osservatore quella classe, più numerosa di quanto si creda, di italiani serii, probi, onesti, semplici, capaci, che stanno tutti o quasi in posti secondari, che lavorano per chi non lavora, che mantengono per chi manca, che pagano per chi vive di debiti, che muoiono per chi si imbosca, per chi fugge e per chi tradisce. Tali italiani ci sono. Non sono moltissimi. Sono più numerosi di quello che sembri. Se ne trovano negli affari, negli uffici, nelle scuole, nelle fattorie. Se ne trovano perfino nelle redazioni dei giornali. Ma non sono uniti e non sono organizzati.

La guerra ne ha rivelati molti. La guerra no si è retta sui campi o sulle masse ma su costoro, che erano i migliori ma non erano a capo, che erano i sani ma non erano il numero. Essi han fatto da capi al numero e han dato il numero ai capi. Non potendo comandare, non pensando nemmeno che ad essi sarebbe spettato il comando, politico e militare, hanno servito con fedeltà. Sono stati il tessuto connettivo dell’esercito e del paese ed han retto fino a che, come in una rete un coltello, un tradimento non ha spezzato le loro maglie.

Abbiamo conosciuto queste anime religiose. Non c’è altro modo di indicarle, anche se non erano di qualche religione. Sentivano la serietà della vita, obbedivano al dovere con semplicità, lavoravano nell’ombra discreta. Il loro eroismo ha coperto la vigliaccheria dei più: la loro fatica ha creato il merito dei meno.

Intorno a sé ciascuna di queste anime, nelle loro famiglie, fra gli allievi, fra i compagni d’ufficio o di scuola o di vita, ha diffuso, come una aureola, questo senso d’una vita più seria e più elevata, che quando uno straniero, di quelle veramente nazioni che hanno una vita propria ben sviluppata, v’entrava dentro come in un raggio di sole che rompa l’aria fredda di una strada chiusa, concepiva un’altra stima e sentiva nascere speranza per l’Italia.

Non sono rimasti tanto pochi. Non saranno tanto pochi, alla fine della guerra. C’è qualcuno che manca, ma ha trovato nella morte il modo di poter parlare da un’altezza che gli era stata prima contesa dalla miserabilità del paese volto alle false glorie. Mancano, ma sono più alti.

Quelli che si troveranno alla fine non saranno abbastanza per fare la rivoluzione, quella vera, di caratteri, di competenze, di volontà. Non la rivoluzione che ci minacciano, nata da rancori e da avidità, la rivoluzione delle repubbliche romagnole con i polli a cinquanta centesimi per una settimana o la rivoluzione delle cooperative emiliane con le banche messe a disposizione dei proletari organizzati.

Ma non sono neppure tanto pochi perché l’Italia possa addirittura farne a meno, e cancellarli dalla sua vita nazionale, perché possano tutti esiliarsi, levarsi di qui, emigrare e dire che almeno ai propri figlioli voglion toglier questo peso, questo gravame di portare in tutto il mondo la taccia di «italiano», di quel popolo che – secondo gli stranieri – dopo aver fatto una politica doppia, ha finito per scappare e ha dovuto chiamar gli stranieri per difendere la casa propria.

Certamente alla fine di questa guerra l’Italia sarà abbandonata, sfuggita, lasciata come una terra odiosa, da molti suoi cittadini. Le turbe delle officine e dei campi andranno a cercarsi salari migliori. E questo non sarà che un vecchio fenomeno, ingrandito. Non leggi, non lusinghe, li tratterranno.

Ma ci sarà un fenomeno nuovo. Se l’Italia non cambia, emigreranno i giovani della classe istruite, le intelligenze, i caratteri, i cittadini: le anime religiose. Emigreranno con dispetto e con disgusto, con la bocca amara, senza fede nell’avvenire del proprio paese, con il volontario e cosciente abbandono di chi si separa da una famiglia con la quale si è convinto, dopo qualche atroce esperienza, d’avere il sangue ma non l’animo in comune. Fin da ora si sentono propositi di questo genere nascere dalla disillusione e dalla impotenza in cui son gettate le più sane energie: e se tale emigrazione dovesse davvero estendersi, non resterebbe all’Italia nessun avvenire.

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