Prefazione

Queste note sono state pensate nel novembre 1918, scritte nel novembre 1919, e pubblicate soltanto ora, nell’aprile 1920. Censura del governo e mia. Si capisce. Si teme sempre di nuocere, a dir la verità. Ce l’hanno tanto ripetuto, che anche a non volerlo, si finisce per crederlo. Poi ci sono gli scrupoli: parere d’approfittar del momento buono, perché il libro di venda di più. Ma io ho sempre fatto conto sopra un piccolo pubblico, quello che mi si è formato in questi anni di lavoro, a poco alla volta, e provato: che non bada al momento.

Pubblicando dopo tanto tempo, nasce la necessità di qualche giunta e ammenda, quando si lavora, come io faccio, sul vivo, tagliando sul corpo degli avvenimenti che crescono e si sviluppano (anche a rovescio, magari). Così mi verrebbe voglia di scriverne tutt’un altro, di questi libretti. Forse lo farò.

Ma intanto non posso lasciarlo così. C’è una cosa che mi sta troppo a cuore.

Eccola qui,

Io appaio, da parecchi anni, come un critico aspro del mio paese. Io non mi limito, come fanno molti, a osteggiare un uomo o un partito o una setta. L’ho fatto anche io nel passato. Arrivando a quella che si dice maturità, non credo d’avere cambiato carattere. (Gli uomini restano sempre quello che sono, sulla stessa linea, con diversa intensità o colorazione. E anche io son sempre quello di un tempo). Però con gli anni mi si è andata accentuando la convinzione, che possedevo anche prima ma meno forte, che le critiche rivolte ad un uomo o ad un partito non hanno ragione d’essere, se non in quanto si riferiscono a qualche cosa di più generale e vasto. Uomini che erano emersi, partiti che s’erano formati, sétte che potevano dominare, rispondevano necessariamente e valevano e continuavano soltanto in quanto dietro loro certe qualità, abitudini, tendenze della grande maggioranza degli italiani li sorreggevano e li facevano valere.

Di qui, prima la speranza di poter raggiungere effetti migliori col colpire più a fondo, cercando di agire sul carattere degli italiani anziché sui loro rappresentanti, e poi la convinzione che non si può concludere nulla nemmeno in questo senso, poiché ci si trova a contrasto con forze troppo profonde di tradizione, di interesse, di abitudine, e che quindi quello che si può fare è di richiamare l’attenzione di coloro con i quali si va d’accordo nel riprovare i difetti nazionali, sperandosi dal resto del paese, piuttosto che esser trascinati ad una azione sterile di protesta o ad una lotta ineguale, la quale probabilmente, essiccherebbe anche quelle forze di entusiasmo e di rinnovamento che esistono in una minoranza.

Le critiche che io faccio al nostro paese, mi fanno apparir dunque come poco nazionale. Lasciamo star gli stupidi, che dicono questo, per la convinzione e l’abitudine, propria in questo momento storico di troppi paese, di esaltare ogni qualità nazionale ad ogni costo (colui che tornava in Italia e subito si recava felice a giocare al lotto, per mettersi all’unisono del suo paese, era un rappresentante carino di questo tipo). Senza addentrarmi tanto in questa questione, alla quale ho spesso pensato di dedicare uno dei miei libretti, dirò soltanto una cosa ovvia: che nato e cresciuto in Italia, io mi sono trovato in attrito più con i difetti nazionali del mio paese che con quelli degli altri paesi. Non parlo male degli stranieri, quanto degli italiani, perché non vivo fra loro: altrimenti la vanità francese, l’ipocrisia inglese, la grossolanità pedante dei tedeschi, la follia mistica dei russi, mi avrebbero probabilmente urtato e spinto a scrivere. Sarei stato con Shaw in Inghilterra, e con Harden in Germania.

Nel caso trattato in questo volume, non si creda che io svaluti Vittorio Venero per esaltare la vittoria finale degli eserciti alleati. So, e dico anche nel libretto, che le loro vittorie sono state un po’ del nostro calibro.

Gli alleati hanno vinto sopratutto con la propaganda, con il blocco e con quella rottura del fronte bulgaro sul cui retroscena storico lascio a qualche americano o inglese o francese che ami dir la verità, rivelare qualche divertente documento. L’uso della vittoria da parte dei nostri alleati, mi indigna non meno di quello fatto da noi. Ma purtroppo debbo riconoscere che se un poco furfanti sono stati tutti gli autori della Pace di Versailles, noi, oltre che furfanti, siamo stati stupidi, mentre gli altri, sempre restando furfanti, sono stati per lo meno furbi.

Intelligente nessuno. Perché se i capi dei governi alleati si fossero riuniti per dimostrare che volevano tradire tutti gli scopi della guerra per i quali avevano giurato si combatteva, quando si trattava di tenere i popoli in trincea, e per dare ragione ai socialisti, i quali sostenevano che le borghesie erano incapaci di risolvere i problemi che avevano suscitato con la guerra, non potevano meglio riescire nel loro intento.

C’è in me, come si vede, uno stato d’animo non nazionale: di cui mi dico, spratutto in questi tempi, molto orgoglioso, se si può essere orgogliosi di avere stomaco sano, vista acuta, muscoli forti e così via. Io non me la sento di strillare contro il bottino dei pirati nostri colleghi, semplicemente perché noi non abbiamo potuto pirateggiare. Non vedo perché la qualità di italiano – non più e non meno di quella di francese, di inglese, di tedesco, di russo – dia diritto di occupare terre, imporre tributi, prendere miniere, e via dicendo.

Io cerco di ragionare, di veder chiaro e sono d’accordo con coloro che ragionano e vedono chiaro di qualunque paese siano e qualunque lingua parlino, piuttosto che con quelli del mio paese e della mia lingua, che non sanno ragionare e veder chiaro.

Lo stesso sentimento di giustizia, che mi pare animare molte mie riflessioni, è foggiato, in gran parte, sopra un bisogno di equilibrio razionale.

Perciò non mi ho punto per male, quando dicono che io non ragiono da italiano, in quanto io non conosco che un solo modo di ragionare, ed è quello da uomo.

Per mio conto reputo tanto necessario per essere uomo saper superare le differenze nazionali, quanto coloro che sono attaccati al sentimento della nazione reputano necessario sollevarsi sul loro regionalismo per dirsi patrioti. Non credo possibile una educazione e un pensiero, che si esauriscono nel concetto di nazione: non posso sentirmi italiano, che in quanto uomo nato in un determinato clima storico, ma cosciente delle limitazioni di esso e che fa di tutto per sollevarsi sopra di esso.

Era necessario che il lettore conoscesse questo stato d’animo. Io non protesto contro il tradimento subito dall’Italia, perché quello che mi ferisce più a fondo è il tradimento di tutta l’umanità che ha fatto la guerra, e perché le ragioni che si portano per lagnarsi di quel tradimento rassomigliano troppo a quelle che servono anche per giustificarlo.

L’umanità, insoddisfatta degli egoismi di stato e di nazione, corre verso nuove soluzioni. Il problema nazionale non è oggi il principale e sopratutto non è il problema-chiave. Soltanto una visione sinceramente supernazionale può dare la soluzione dei problemi nazionali. Sarei socialista, se credessi che i socialisti fossero capaci di dare un nuovo ordine al mondo. Essi credono la classe dirigente malvagia ed è invece semplicemente stupida; credono le loro classi mature e sono ancora ben lontane dall’avere la capacità di creare un mondo nuovo. La borghesia capitalista non aveva alcun interesse alla guerra ed avrebbe ora il massimo interesse alla pace. Ma se essa è inferiore ai suoi compiti non credo le possano essere superiori i capi delle masse operaie e contadine che conosciamo, sopratutto in Italia.

Siamo in presenza di due grandi crisi, la meno pericolosa delle quali è quella più appariscente: la crisi dei viveri e del lavoro. Un economista, che passerà ai posteri come un grande storico, il Keynes, ha detto che vi sono cento milioni di uomini in Europa più di quelli che essa può mantenere. C’è di fatto, larvata sotto nomi vari di lotta di classi e di stati, una lotta per il pane, resa più brutale dai ricordi e dalle abitudini della guerra. Non sappiamo come questa si risolverà, se si risolverà: forse con una scoperta scientifica, forse con grandi emigrazioni ed assai più probabilmente con un temporaneo ma inevitabile abbassamento di civiltà fino a ritorni medioevali.

Ma la crisi meno appariscente è più profonda. È quella dei principii stessi della nostra vita sociale. La Chiesa è morta nelle coscienze. Lo Stato laico nulla ha saputo sostituire se non per piccole minoranze. Il socialismo è una fede ma ancora troppo materialmente foggiata sopra idealità di benessere borghese. Il sindacalismo, come lo avevano inteso alcuni idealisti, è pure fallito.

Si dice che questa guerra è stato il fallimento delle ideologie democratiche. Direi piuttosto che è stato il fallimento di tutte le ideologie e di tutti gli ideali. Quelli aristocratici, quelli della potenza, quelli della politica realistica, hanno fatto fallimento anche loro: guardate la Germania.

Le ideologie sono insufficienti a contenere il movimento delle forze sprigionate dalla civiltà del secolo passato e scoppiate nella guerra mondiale. Ogni programma appare oggi inferiore alla realtà, come ogni mente direttiva ci è parsa ieri inferiore agli avvenimenti. Chi non ha il senso del ridicolo di fronte ai provvedimenti di tutti i governi e ai progetti di tutti gl’ideologi, in questo momento? Non v’è altra saggezza oltre che quella di seguire i movimenti reali, e le forze attuose che si palesano, cercando che i rivolgimenti che esse preannunziano con l’inevitabilità dell’uragano che si addensa all’orizzonte, avvengano col minimo danno possibile. In questo momento istinti, interessi, passioni formidabilmente operose, sconvolgono tutto il mondo. Governi ed opinioni appaiono quanto mai piccoli ed insufficienti ad arginarle per poterle trattenere nell’orbita della vecchia società. L’unica opera che si presenti come possibile e relativamente assennata, sarebbe quella paziente e umile di seguire e sublimare quanto è possibile, sbarbarizzando, intellettualizzando, rendendo conscia e raffinata, questa esplosione necessaria di una barbarie chiamata forse a risalire alla superficie per risanarci di troppa civiltà.

L’umanità, insomma, mi inspira assai più fiducia che non gli uomini. Il momento mi sembra consigliare piuttosto un atteggiamento d’osservazione passiva che di attiva direzione. Chi presume «dirigere» oggi? Dov’è il «programma» che non desti il riso, se non per piccole soluzioni parziali, temporanee, contingenti, immediate e sempre dipendenti dagli avvenimenti generali?

Nulla di più ridicolo oggi, e di più impossibile, di una politica nazionale. L’interdipendenza delle nazioni è una delle più chiare necessità che il momento imponga. Non ci può essere che una politica mondiale.

L’errore di Vittorio Veneto è stato quello di non farci guardare che alla politica italiana. Tale errore ci ha fatto perdere un anno di pace, l’entusiasmo della vittoria, il beneficio di tutti gli spazi di rinnovamento morale compiuti dopo Caporetto. Bisogna ricominciare da capo, come si cominciò allora, a pestar nella testa alla gente la realtà, ognuno nel suo paese, ognuno nella sua classe, ognuno nella sua famiglia. Io non credo che in quest’opera di illuminazione e di miglioramento morale, su piccoli gruppi. Il resto è nelle mani di una potenza maggiore e più profonda nei suoi disegni di quanto noi possiamo ideare.

30 marzo 1920

Indice
La verità

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