L’Ufficiale italiano. L’impreparazione

L’ufficiale proviene, in generale, dalla borghesia. Ne ha tutte le qualità: le cattive come le buone, tradotte militarmente. Quello che l’Ufficiale ha fatto nell’esercito, durante la guerra, è quello che la borghesia ha fatto nel paese, dopo il Risorgimento. Né potrebbe essere diversamente.

Il nostro paese manca di una vera classe dirigente: poche regioni hanno una «borghesia» degna di questo nome francese del secolo XIX: la nostra borghesia, mentre usa dei propri privilegi, non sente il peso dei suoi doveri e della responsabilità che importa il posto che occupa.

Parafrasate queste constatazioni in lingua militare, ed avrete un giudizio esatto del corpo degli ufficiali. È una classe dirigente improvvisata ed insufficiente per istruzione: nella quale il senso del dovere non è molto diffuso, la serietà della vita non ha forti radici e dove si è più proclivi a far valere i propri privilegi che non a sentire i pesi della propria posizione. Nella parte giovane si può notare un veramente poco ordinario disprezzo del pericolo e della morte.

La borghesia italiana in cinquant’anni di unità non ha saputo creare un corpo e una tradizione militare. Non ha mai avuto stima per il mestiere delle armi. Vi ha inviato i figli più scadenti. Ha lasciato che la vita dell’esercito si svolgesse separata dalla vita della Nazione, senza mai occuparsi di ciò che in essa accadeva e del come si spendevano i miliardi che sempre venivano concessi, forse con riluttanza e con disprezzo, ma sempre concesso. Molti borghesi che potevano non avevano fatto i corsi d’ufficiale di complemento. I quadri erano poverissimi. Fra effettivi e complemento avevamo appena quindicimila ufficiali all’inizio della guerra. Tanto vale a dire che nove decimi degli ufficiali si sono dovuti improvvisare, con corsi di due o di tre mesi, e che sull’inizio sono stati mandati al fronte persino senza nessuna istruzione.

Se l’ufficiale italiano così improvvisato ha dato frutti abbastanza buoni, è stato per il fatto sopra accennato della novità completa della guerra, per la quale i tecnici, che avevano una quantità di idee e di abitudini cristallizzate, han dovuto romper con quelle prima di adottare le nuove rispondenti alla realtà, mentre gli altri han dovuto soltanto imparare dalla pratica: e poi perché noi riesciamo meglio quando lo stimolo della necessità ci costringe a lavorar con la mente, anziché quando dobbiamo mettere in opera il pensiero per una preveggenza che sul nostro spirito non ha mai grande peso.

Gli ufficiali improvvisati hanno imparato rapidamente, ma l’assestamento non è stato possibile senza perdite gravi e senza disordine. Ora tutto il peso della impreparazione materiale e morale, dell’improvvisazione degli ufficiali, dei dissidi fra questi, della mancanza di un concetto e di un coordinamento strategico delle azioni, è venuto a cadere, come sempre avviene per ogni disordine militare, sulle spalle del soldato. Il soldato è quello che più ne ha sofferto.

Indice
Il soldato italiano

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