L’ignoranza del popolo

A questi mali si aggiunge l’ignoranza. Mentre in alto abbiamo una sembianza di vita superiore, una esteriorità di grande nazione, come vita scientifica e artistica, in organismi di studio, di stato e di industrie, si passa d’un tratto, senza transizione, a traverso un abisso, ad una massa che non è neppure arrivata al livello del cristianesimo, che vive ancora con una mentalità trogloditica, barbara non soltanto di mente ma di cuore, chiusa in se stessa o tutt’al più allargata al solo cerchio della famiglia ma concepita anche questa in un modo piuttosto bestiale, per quanto alle volte assai ricco d’istintiva dolcezza: cioè quale comodità e proprietà, piuttosto che quale espansione di vita umana. Tutta la vita italiana si svolge da secoli sopra questa massa, non facendovi mai giungere un raggio che illumini, una carezza che stringa legami, una costrinzione che innalzi, non foss’altro col suscitare reazione.

Il popolo italiano, quando lo si avvicina, dà l’idea d’un popolo abbandonato non da una o due generazioni ma da secoli. Si sente un popolo che non è mai stato trattato con verità, che non ha mai avuto la giustizia. I suoi rapporti con la classe superiore sono caratterizzati dalla diffidenza. Interrogando persone intelligenti che in questi anni hanno partecipato ad opere di assistenza o sono venute a contatto col popolo per il comando delle truppe, si sente da per tutto la stessa osservazione che il popolo diffida del ricco, del borghese, di chi veste meglio, di chi parla meglio, di chi sa più di lui: di chiunque gli è superiore. Ciò è troppo comune, generale, profondo perché non abbia una causa permanente da secoli: ed è appunto da secoli che le classi dirigenti si son succedute nel paese ricordandosi del popolo soltanto per cavarne sangue e quattrini.

La responsabilità delle classi dirigenti è enorme.

Ma non dobbiamo però dimenticare che un popolo che fosse dotato di un’altra intelligenza avrebbe conosciuto il valore della istruzione e se la sarebbe conquistata: ed avrebbe saputo esprimere dal proprio sangue un’aristocrazia migliore delle presenti, capace di espropriar queste del potere e della proprietà, per condurre il proprio popolo ad altri destini.

Invece non si vede nulla di questo. La catastrofe del fronte non è una rivoluzione. Non è stata neppure una rivolta: è stato uno sciopero: cioè, in guerra, un suicidio.

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La guerra e le idee

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