L’errore della guerra nostra

Bisogna qui riportarsi al modo più generale col quale è stata concepita la guerra da noi. Ecco, legata con la nostra boria, l’idea che si dovesse fare una «guerra nostra»: ecco impiantare per il popolo la necessità della guerra sulle aspirazioni nazionali a Trento e Trieste, facendo centro del grandioso conflitto un fatto secondario, che deve trovare la sua soluzione in quella equilibrata di tutti gli altri problemi mondiali. L’Italia non sapeva staccarsi dalla concezione casalinga e i suoi uomini di Stato pareva volessero restare eternamente i provinciali d’Europa. Non parliamo poi di quelle correnti che arrivavano persino a mettere in rischio la nostra alleanza ed amicizia con l’Inghilterra, per ragioni di campanile, per lotte comunali, per incidenti di villaggio!

Così abbiamo cominciato a dichiarare guerra all’Austria e non alla Germania, e con questa abbiamo sempre mantenuto un filo di relazione, che soltanto in questi giorni si è davvero spezzato o è stato finalmente tagliato. Si sono spesso denunciati i particolarismi che hanno guastato sempre l’unità dell’Intesa, e ve ne furono senza dubbio da parte di ogni nazione, ma non mancarono certo da parte dell’Italia. Si voleva arrivare a Trieste con le «forze nostre». Tutta la politica estera fu condotta in base ad una sopravvalutazione delle nostre forze, ad una chimerica rappresentazione di quello che noi eravamo e di quello che poteva valere la nostra guerra in relazione con tutte le altre. Il turgido spirito italiano non si era mai tanto gonfiato come dopo l’avanzata sulla Bainsizza, che veniva vantata come la vittoria su tutte le forze dell’Austria e non era, dal punto di vista strategico generale, che il trasporto più avanti di una linea di difesa. L’uomo geniale che la guidò non compié, o non poté compiere forse tutto il suo disegno.

Militarmente si riproduceva il fenomeno diplomatico: la grettezza mentale era siffatta da non concepire la guerra nostra connessa con quella degli alleati se non per lo scambio di qualche prodotto bellico. La guerra era lasciata ai militari, senza comprendere che essendo questa soltanto uno degli strumenti della politica, doveva venire guidata non nelle azioni, ma nelle direzioni, da menti politiche. Ma mentre gli elementi politici responsabili si guardavano bene dall’intromettersi nelle questioni militari, lasciavano invece gli elementi militari fare della politica, persino estera, sostenendo con le loro missioni certi programmi annessionistici, che certamente non giovavano a mantenerci in buoni rapporti con gli alleati.

Leggerezza ed incoscienza regnavano. Se il paese, che non leggeva altro che le bugie dei giornali, ed era d’altra parte testimonio dei sacrifici che si facevano senza conoscere come male venivano utilizzati, poteva perciò esser scusato quando si gonfiava e si illudeva, a chi era in alto, dove la verità poteva essere conosciuta almeno per quello che riguardava lo sforzo militare non si può perdonare la continuazione di un sistema rovinoso.

E c’era chi poteva fermarlo, se non altro con lo scindere la propria responsabilità da esso. Ma la soverchia bontà e la maledetta abitudine italiana di non lasciare un posto quando il programma per il quale vi si sale non è mantenuto, spiegano la tacita adesione e la complicità silenziosa di uomini di governo cui la fede interventista e le cognizioni del modo col quale l’esercito si veniva sgretolando moralmente, non mancavano.

Indice
Il popolo italiano

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:

By continuing to use the site, you agree to the use of cookies. more information

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close