La vittoria del Piave-Grappa: vittoria di combattenti

Ma pure è stata una vittoria! Perdio, sì, e come! Ma non vittoria militare, ma non vittoria strategica. È stata una vittoria morale, o se si vuol esser esatti, il coronamento d’una vittoria morale, nella quale l’episodio di Vittorio Veneto rappresenta press’a poco per l’Italia quello che per uno studente è l’esame di riparazione. Noi bocciati a Caporetto, ci siamo rimessi a Vittorio Veneto. La vera vittoria non consiste nell’azione militare, bensì nell’esserci corretti, ne l’aver migliorato dopo la punizione di Caporetto; nell’aver espiato le nostre colpe; nell’aver rinsaldato la nostra unità nazionale dopo l’urto, mentre l’Austria si sfasciava, sotto la piccola spinta di Vittorio Veneto.

È stata una vittoria e grande, più grande di quelle che sognano i militari di professione; la vittoria di uno stato nazionale contro uno plurinazionale, di un sistema liberale contro un sistema oppressivo. Ma questa vittoria ha caratteristiche morali: l’abbiamo avuta soltanto perché ci siamo corretti e rifatti migliori.

Di vittorie militari ne avemmo autenticamente due: quella del Sabotino e Gorizia nell’agosto 1916, e quella sul Grappa e sul Piave nel giugno 1918. Per tutte le altre si possono trovare limitazioni e diminuzioni: alcune inventate di sana pianta, veri tracolli battezzati per offensive vittoriose; altre non sfruttate a fondo, come la Bainsizza; altra ancora, come la ritirata austriaca nel Trentino, piuttosto debolezze altrui che forza nostra.

Su questo, nulla da eccepire.

Perché non è celebrata come si deve?

Prima di tutto per il nostro carattere italiano scenografico. La gran maggioranza degli italiani preferisce la vittoria tipo Vittorio Veneto, quella che in sette giorni sgomina un esercito superiore per numero e per posizione, disfà un impero e chiude la guerra a vantaggio degli alleati. Il pubblico italiano ha bisogno di queste vittorie-miracolo, abituato com’è dalla retorica scolastica a prender sul serio certe molto simili vittorie del Risorgimento.

Di fronte a questa, l’autentica battaglia, la vera vittoria del Piave fa una modesta figura. È la vittoria quale poteva ottenerla l’Italia sana e buona, concorde ed umile, serena nei suoi propositi e limitata nelle sue aspirazioni; la vittoria certa, onesta, ma piccola e naturale; la vittoria sopra tutto l’esercito austriaco, ma senza svolgimenti inattesi e impossibili e fantastici. È la vittoria che risponde all’Italia dopo Caporetto, guadagnata col sudore, con la fatica, con il lavoro e con la buona volontà. È la modesta fortuna del lavoratore che ha risparmiato, mentre Vittorio Veneto è il terno al lotto.

La seconda ragione è questa: che la vittoria del giugno 1918 non fu che secondariamente opera dei Comandi superiori. Fu opera delle unità: da colonnello a soldato. I Comandi e gli Stati Maggiori fecero fortunatamente ben poco. Vi erano disposizioni di buon senso (schieramento in profondità – larghe riserve ecc.). Per il resto nulla di importante da fare. Nessuna grande manovra. Si trattava di combattere, dappertutto e rimandare di là dal fiume il nemico. Perciò lo Stato Maggiore tratta questa battaglia come una Cenerentola mentre spende tutte le sue simpatie per Vittorio, dove finalmente ha potuto far valere i principii dei suoi trattati.

La vittoria del Piave fu principalmente vittoria di convinzione e di combattenti. Per questo lo Stato Maggiore e la classe dirigente italiana non la ritengono gran cosa. Essa poco si presta a l’eloquente ingrandimento. È la storia di un popolo che si difende disperatamente ad un termine che sente di non poter lasciar passare. In essa tutto funzionò, o quasi tutto, dagli uffici di informazione che raccolsero le prove dell’attacco imminente e ne conobbero l’ora esatta, fino alla corrente continuamente alimentata di truppe e di munizioni dove maggior era il logorio. Fu lotta di tenacia e resistenza. Non genialità di capo ma spontaneità di militi. E la leggenda di unità corse dal riposo spontaneamente a combattere là dove maggiore era il bisogno, risponde perfettamente alla verità storica dell’insieme.

Fu la vittoria dei fessi, insomma, contro la vittoria dei furbi, che è stata quella di Vittorio Veneto.

Fu la vittoria sugli italiani che ci erano più nemici degli austriaci. Si vinse allora la retorica, sorella dello scoramento, la fede nello stellone, fratello della impreparazione, il menefreghismo, padre legittimo del disordine. Si vinsero gli italiani che andavano in otto giorni a Vienna, e quelli che volevano conquistare tutto il mondo veneziano, genovese, amalfitano e romano, gli italiani che discutevano il perché della guerra e quelli che pensavano che la guerra sarebbe andata meglio, se a guidarla ci fosse stato il deputato del loro collegio. Si vinsero Peretola e Rocca Cannuccia, insuperabili pilastri all’orizzonte d’Italia.

Quell’altra Italia, che è stata tanto, troppo spesso coperta dall’Italia più generosamente conosciuta, degli scandali e delle lotte, dei processi e dei giornali; quell’altra Italia silenziosa, modesta, tenace, religiosa e solida, che tutti sappiamo che esiste, perché parecchio di vivo c’è pure nel nostro paese, quell’altra Italia di seconda linea e del lunedì, che non si indomenica perché lavora anche di festa per tutti quelli che fanno festa anche del dì di lavoro; quell’altra Italia dei «fessi» alla quale ci vantiamo di appartenere, tutti noi che crediamo, che vogliamo, che ci affatichiamo, anche senza speranza di frutto, se non quello del nostro spirito tranquillo nel suo giudizio: quell’altra Italia ha vinto contro l’Italia dei «furbi».

I furbi han fatto Caporetto e Vittorio Veneto. I fessi ha fatto il Piave ed il Grappa, le dieci battaglie che si fondono in una e rivelano negli otto giorni di durata un lavoro di coscienza durato otto mesi.

Grazie a loro l’Italia vinceva quel male, quella vergogna, quell’onta che era stata Caporetto, che ci aveva pesato sopra dei mesi e ci aveva costretto a guardarci bene addentro, a domandarci le colpe commesse e a costringerci alla cura.

La vittoria nacque dal pentimento.

Il principale peccato, di tutti noi che con la penna, con il comando, con la potenza del danaro o del grado abbiamo avuto una parte di responsabilità nel guidare il nostro paese, è il peccato verso il popolo, è il peccato verso i «fessi» che abbiamo tenuto lontani, ai quali non abbiamo rivolto parola o cure e neppur tradotti nella lingua in cui parlano, i nostri concetti.

C’è voluto Caporetto per capire che bisogna farsi capire. C’è voluto Caporetto perché ci si occupasse davvero, con la propaganda, che vale uno, e con l’assistenza che vale dieci, e con l’amore, che vale cento, del nostro popolo. Ed esso ci ha compensato con quella cosa enorme che è la vittoria.

Noi siamo debitori.

Se la vittoria del giugno 1918 non è ricordata come quella dell’ottobre 1918 dipende dal fatto che l’Italia vive sbandierando i suoi falsi valori e dimenticando quelli veri; l’Italia crea la siderurgia, cancro della vita economica nazionale, e trascura l’agricoltura e le industrie che ne derivano; l’Italia affida il governo ai più incompetenti ed ai meno onesti dei suoi uomini, mentre tiranneggia e sfrutta coloro che producono ed hanno la coscienza tranquilla.

L”Italia ha una vittoria vera, quella del giugno 1918, e la trascura; ha una mezza vittoria, quella del novembre 1918, e ne fa la grande vittoria.

Bisogna cambiare i valori italiani.

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Conclusione

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