La verità

Scrissi le pagine su Caporetto1, nei giorni dell disastro; pensai queste pagine, che scrivo un anno dopo, nei giorni della vittoria. Le stenderei tali e quali;: potrei metterci la data arretrata; se non fosse passato un anno di irritazione, di delusioni, di ansie, di stanchezza e soprattutto di confusione. Faccio ogni sforzo per conservare la tranquillità che avevo nel novembre 1917, ma non posso evitare che si senta l’intima mia persuasione che il confusionismo di oggi è più pericoloso della disfatta di allora. Quella ci temprò, questo ci stempera ogni giorno di più.

È vero che la vittoria non fu per me così allegra come per tanti, che ne videro soltanto la luce di gloria. Io ebbi subito la sensazione del male che ci preparava e stava resuscitando, coperto ma non ucciso da Caporetto. La menzogna avvelenava ancora l’Italia.

Caporetto era stato, in fondo effetto di menzogne e di illusioni, sovrapposte alla nobile causa della guerra, le quali avevan soverchiato l’eroismo e il sacrificio degli individui. La guerra era parsa forse più terribile nella rudezza della sua verità, e i giornalisti l’avevan illeggiadrita; non eran sembrate sufficientemente ragionevoli le ragioni ideali di commozione onesta e di indipendenza e giustizia, per le quali la gran maggioranza delle persone coscienti vi avevano aderito; e perciò l’avevano caricata di altri scopi, che non poteva sopportare, che la contraddicevano nei suoi ideali, e sotto il peso dei quali era destinata a cadere. Sempre, in ogni modo, la menzogna ci tradiva; e ci impediva ogni correzione nella condotta e nella tecnica, nei mezzi e nei fini: la menzogna, che ripara il male di giorni, e provoca quello di anni.

È dunque necessario dire la verità agli italiani. Sembra che gli italiani diventino un altro popolo, con la verità. Come certi composti chimici attendono soltanto una goccia, una molecola d’un dato corpo per operare le più miracolose fusione o le più strane cristallizzazioni, così anche questo nostro popolo sembra prendere una fisionomia più austera ed una angolosità insolita quando riceve il dono di un po’ di verità.

Caporetto fu, sotto questo aspetto, una rivelazione straordinaria. Non si dirà mai abbastanza il bene che Caporetto ha fatto all’Italia. Sembrò restituire al paese il buon senso, la misura, l’umiltà, la volontà seria, la concordia, il senso della precisione, la coscienza severa dei propri atti, che tanto avevano scarseggiato nei primi retorici anni di guerra. L’esercizio di verità cui ci costrinse ebbe ottimi effetti. Ci si può rammaricare che noi dobbiamo imparare sempre a così caro prezzo; ci si deve augurare che nel futuro non sia necessario sempre passare col dito sulla fiamma per sapere che brucia. Ma non resta che prendere atto di questa caratteristica della nostra storia recente: che i periodi più sani della nostra vita sono stati quelli in cui, avendo duramente battuto contro la realtà, ci siamo raddrizzati ed abbiamo imposto a noi stessi di cambiare strada. Lo storico dell’Italia futura dirà molto bene di Adua e di Caporetto; cioè, dirà molto bene degli italiani, perché, in fondo non è una qualità da disprezzare quella di sapersi correggere.

Caporetto, dunque, ci curò; quello che è accaduto dopo Vittorio Veneto dimostra però che non ci guarì.

Se la verità fosse stata detta fino dal tempo dell’invasione del Trentino, Caporetto non sarebbe avvenuto. Se la verità fosse stata detta fin dal principio della guerra, il nemico non avrebbe rotto le nostre linee nel Trentino. Spetta alle nostre menzogne il merito di avere raddoppiato le forze del nemico; tocca alle nostre illusioni il peso di averne prolungato di due anni la vita. L’Austria sarebbe stata sfasciata fin dal 1916 se l’Italia avesse fatto la politica estera e la politica militare del periodo che va dal gennaio all’ottobre 1919. Ma perché ci deve esser sempre bisogno di un Caporetto, per imparare a conoscere la realtà?

Non accuso la censura. Non accuso uomini e sistemi. Ogni popolo è responsabile degli uomini che lascia alla propria testa e dei sistemi con i quali si fa governare. La grande maggioranza della classe politica italiana ha creduto e crede tuttora nella censura (applicata, si capisce, agli avversari). La grande maggioranza della classe dirigente italiana ha sostenuto Sonnino. Essa è tutta corresponsabile dei suoi errori e delle sue manie, delle sue cecità e dei suoi difetti. Se non siamo capaci di comprendere questo, e vogliamo rifare la storia con supposizioni, cambiando qualche uomo o qualche sistema, siamo ammalati della grande malattia italiana del non sapersi conoscere bene quali si è.

Il primo dovere di un italiano è dunque quello di dire la verità. Anche se inopportuna. Molti dicono che sono verità, ma che non conviene dirle. Molti osservano che gli stranieri stanno in ascolto. Illusioni. Gli stranieri sano benissimo tutte queste cose che sono «novità» soltanto per noi. E se una verità ci nuoce nel momento, non si sa quanto male ci porti più tardi una bugia.

Che importanza ha quel mio scritto su Caporetto, al quale questo fa seguito? In sé, nessuna. Non dice nulla di nuovo. L’inchiesta ha detto di più, per molti punti, anche se non ha detto tutto. E l’ha detto con maggiore autorità. Il vero significato di quello scritto, la sua importanza, stanno nella sua data: 10 novembre 1917. Esso è lì per dimostrare che un semplice tenente di fanteria, dotato di medio ingegno, poteva avere saputo benissimo e capito magnificamente fino da allora, quello che la Commissione di Inchiesta ha rivelato al paese soltanto nel 1919 e dopo un anno di interrogatori e di studi.

Ora tutto ciò che accade dopo Vittorio Veneto accade perché non si osa dire la verità anche su Vittorio Veneto. La Caporetto della diplomazia, il disfattismo della vittoria, la negazione dei fini della guerra sono possibili soltanto sulla base delle menzogne e delle illusioni, nate e riscaldate negli stessi ambienti che crearono le cause occasionali, se non le profonde, della Caporetto militare. Ed è anche possibile perciò che un privato, dotato di medio ingegno, il quale nella vita pubblica italiana non rappresenta molto più di quanto era nella vita militare, possa sapere e capire benissimo quello che una Commissione d’Inchiesta su Vittorio Veneto potrebbe rilevare benissimo, anche con minor numero di interrogatori e di documenti, di qui ad uno o due anni.

Indice
Dopo Caporetto

  1. Caporetto, Quaderni della Voce, n. 32.
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