La propaganda nell’esercito

Il servizio P (propaganda) è stato uno dei più importanti fattori della riscossa dopo Caporetto: è stato propaganda, assistenza, vigilanza. È nato da Caporetto, anche lui. Si è sviluppato per via di iniziative private, e il Comando Supremo l’ha riconosciuto e codificato quand’era già maturo. Fossero tutte così le istituzioni italiane!

La necessità della propaganda fu reazione all’abbandono del soldato nei primi anni di guerra, ed alle forme più ingenue e tradizionali della propaganda, come le conferenze. Si chiamava propaganda ordinare dei soldati sull’attenti in un cortile, dopo otto ore do fatiche e lì, togliendo loro un’ora di libertà, obbligarli a sentire la chiacchierata d’un avvocato inabile alle fatiche di guerra.

Uno dei primi prinicipii del servizio P fu: fare parlare ai soldati soltanto dai loro ufficiali.

Ma bisognava, però, parlare agli ufficiali perché ripetessero ai soldati; istruire l’ufficiale perché facesse valere, con il suo prestigio, gli argomenti che in bocca d’altri perdevano forza; e suggerirgli, quasi giorno per giorno, le ragioni e le osservazioni tratte dagli avvenimenti.

Si deve all’allora tenente Lombardo-Radice, un educatore di razza, l’invenzione di quegli «spunti di conversazione» che fecero fortuna e si ritrovarono poi in quasi tutti gli uffici P. «Spunti»: cioè idee, argomenti che si offrono all’ufficiale di buona volontà, perché li faccia crescere, li svolga, li maturi, li applichi secondo le circostanze e gli uomini, che egli soltanto è in grado di conoscere. «Di conversazione»: ed ecco la condanna di tutte le tronfie, reboanti e seccanti discorso che il soldato, talora a scapito delle sue ore di libera uscita, era costretto a stare ad ascoltare, come ho detto sopra, dopo un «attenti». Fu iniziativa individuale, accolta da un Comando del Genio; passata ad un Comando di Corpo d’Armata e quindi al Comando Supremo.

Furono tutte iniziative individuali. Va data gran lode a Diaz per non averle ostacolate, legate e rinseccolite, ma anzi, venuto il momento buono, per averle riconosciute ufficialmente e formatone un codice, in quelle «Norme» che si leggono con vero compiacimento per il senso di libertà, di incoraggiamento all’iniziativa, di buon senso e di ordine (nel vero profondo significato della parola) che dentro vi spira. Va data lode al generale Caviglia, di averle, da comandante della VIII Armata, più arditamente di tutti appoggiate ed imposte alla riluttanza degli alti gradi militari, ostili, e da ministrao della guerra, introdotte anche nei Comandi territoriali.

Assistenza. La guerra durava da anni. Combattenti che avevan lasciato figli e moglie, padre e madre, interessi vari, si trovavano angosciati per le crisi economiche, per il sostentamento dei loro, per gli affitti, per le vendite. Un contadino combatte male il giorno in cui riceve una lettera dalla moglie, che deve vendere una bestia, o dalla mamma, che si lagna perché ha poco da mangiare.

La polizza d’assicurazione di combattenti, creata da Nitti, fu un’idea ottima. Ma bisognava che arrivasse ai combattenti. Gli uffici P che lavoravano, fecero molto in questo senso.

Migliore ancora, forse la più efficace delle propagande, fu quella del sussidio alle famiglie dei combattenti, la cui distribuzione era affidata direttamente, con pochissime formalità, ai comandanti dei reparti. Si creava così un «collegamento» fra esercito e paese; fra ufficiali e famiglie dei soldati. In molti reparti il superiore usava scrivere al soldato in licenza, per ricordarsi a lui e ricordargli il suo dovere. La diserzione era minore in quei reparti. Una buona parola salvava molte volte le volontà tentennanti.

La Croce Rossa Americana seguì questo impulso con i suoi doni e sussidi. Vennero gli oboli dei privati. Premi e doni di soldati furono in abbondanza per ogni festa, premiazione, ricorrenza.

Si poté così pensare a distrarre il soldato. Ai faticosi lavori, che facevano sembrare sanguinosa ironia la parola di «riposo» applicata ai periodi in cui i reparti si allontanavano dalle prime linee, furon sostituite gare ed allenamenti ginnastici. Si girava nella zona di guerra, incontrando da per tutto campi di «foot-ball», e squadre intente alla palla vibrata e cerchi di ginnasti allegri, in luogo delle tristi «corvées» di un tempo.

All’idea di animare distraendo ed incoraggiare sorridendo, si ispirarono molti giornaletti d’armata, trasformazione lussuosa dei primi organi di stampa nati in trincea e poligrafati modestamente nei comandi di battaglione o di reggimento. Si comprese finalmente la natura fanciullesca del popolo soldato: gli si parlò con le illustrazioni a colori, si toccò la sua ambizione pubblicandone le lettere. Il senso del suo valore, lo sdegno contro il nemico, il rammarico della sconfitta, l’amore per le terre abbandonate all’austriaco, la convinzione che era necessario vincere per finire la guerra, gli vennero trasfuse da questi organi, non tutti bene indovinati anche se bene intenzionati, qualche volta concepiti da persone troppo del mestiere, talora sempre tanto borghesi di spirito da non saper prendere una veste veramente popolare, e in qualche caso persino letterari e stuccosi e falsi tanto da raggiungere l’effetto opposto. Ma eran sempre qualche cosa, meglio del nulla; in taluni casi, indovinate creazioni, come l’«Astico» e «la Ghirba» (dovuti a Jahier e a Soffici) in due sensi completamente opposti: l’uno in quello della moralità, l’altro in quello della farsa popolare.

Si pensò al soldato nella sua realtà. Si presero copie del «Giornale del contadino» per gli agricoltori. Si provvide ai profughi, mediante corrispondenze per via d’aria, pubblicate in un Bollettino che dava pure notizie delle terre invase; e sussidi speciali furon concessi e procurata ospitalità per il periodo della licenza a questi che non avevano famiglia. Poi si pensò a quelli venuti dalla Svizzera che, frontiera chiusa tre quarti dell’anno, non potevano mandare notizie a casa; e ai reimmigrati di più lontano ancora; ed ai condannati, che meritavano condono per la loro buona condotta. Quante pene hanno addolcito gli uffici P, quante anime rassicurato, quante fedeltà legato, quanti disertori fermato.

C’era necessità di provvedere alla lettura. Si crearono bibliotechine per ufficiali e per soldati. Si regalarono migliaia di romanzi, di riviste, di giornali. Questi venivano distribuiti anche in mezzo al cannoneggiamento, non meno graditi alle truppe del rancio e della posta. Il popolo ha imparato molto a leggere durante la guerra. Proprietari agricoli oggi osserveranno il contadino leggere o farsi leggere il giornale come prima della guerra non faceva.

Ma il segno più esplicito e comprensivo dell’interessamento per il sodato, furono le «Case del soldato», talora stabili, bellissime, affrescate da pittori valenti, che resteranno domani come Case del popolo; più spesso improvvisate, in case abbandonate, o sotto una tenda più vasta, con pochi tavoli, due coperte, una lanterna da campo. Ma erano il posto dove il soldato poteva rifugiarsi quando pioveva, scrivere una «franchigia», trovare una compagnia, giocare a dama o a filetto, e quando capitava, godere persino gli spettacoli di qualche compagnia improvvisata o d’un cinematografo montato sopra un’automobile (che nei giorni di offensiva funzionava da stazione mobile colombi o da stazione fotoelettrica). Il buon umore del soldato è per tre quarti nella vittoria del generale.

Infine ottima sotto ogni aspetto la liberazione dal giogo degli usurai e imboscati vivandieri con gli Spacci cooperativi, gestione autonoma in ogni reparto, che s’impiantavano fino a poca distanza dalla trincea, fornivano a buon mercato viveri e bevande e carta e oggetti di pulizia al soldato, e seguivano, in vagone speciale, le tradotte e davano (e daranno nelle caserme, dove li hanno alla fine introdotti) utili di milioni, che servivano a migliorare il trattamento dei soldati.

Come vigilanza il servizio P fu malvisto agli alti comandi, che avrebbero voluto funzionasse come un organo di polizia, contro i soldati, mentre spesso funzionò come rivelatore delle marachelle e delle deficienze dei capi. Gli uffici P, infatti, furono autorizzati a non passare per la via gerarchica; ma a corrispondere direttamente fra di loro. E chi sa che strappo grosso fosse alla mentalità militare e quale giovamento se ne poté cavare, immagina anche l’utilità che han recato e la rabbia che suscitava nei più vecchi e testardi tipi di militare di carriera: tanto più, poi, che gli uffici P per la natura del loro compito furono quasi sempre affidati a ufficiali di complemento che vi avevano maggiore preparazione. Così accadeva per es. di un colonnello, che per il solito spirito di carriera, assicurava che il reggimento suo era in grado di partecipare ad un’offensiva, ma la relazione dell’ufficiale P rivelava che tre quarti del reggimento aveva la spagnola o era in condizioni di disastrosa stanchezza: e il reggimento, per fortuna, non si muoveva, e il colonnello prendeva un cicchetto. Gli ufficiali P erano perciò degli osservatori ottimi per il Comando supremo: organi di collegamento morale, che rompevano la famosa crosta di ghiaccio solita a formarsi tra inferiori e superiori nella vita militare.

Dopo l’armistizio, pur troppo, gli uffici P sono decaduti. Avrebbero avuto davanti un bel compito durante la smobilitazione. Ma trasformati in organi di incensamento, di soffietti giornalistici e di cerimonie ufficiali, or sono generalmente tenuti da ufficiali di carriera, e magari proprio da quelli che durante la guerra avevano deriso e osteggiato il servizio P come contrario allo spirito militare, cosicché invece di rendere i servizi che avrebbero potuto, di coltura e di assestamento sociale, son diventati organi inutili e burocratici.

Il servizio P continua nel paese, per opera di quelli che ne hanno ereditato lo spirito e cercano di mantenere il contatto fra la classe dirigente ed il popolo senza aiuto del Governo. I governi non si persuadono di queste cose che sotto il peso della necessità e questa sembra cessata. Ma non è.

Indice
La politica delle nazionalità

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