La propaganda nel paese

C’è una cosa che ha fatto molto bene all’Italia tra Caporetto e Vittorio Veneto: la propaganda. Ce n’è un’altra che ha fatto molto male: la mentalità propagandista.

Propaganda in Italia significa un’altra cosa che negli altri paesi: vuol dire istruzione ed assistenza. Il nostro popolo essendo abbandonato dalla sua classe dirigente, questa fa propaganda tutte le volte che si occupa semplicemente di istruirlo e di aiutarlo. In una paese senza coltura popolare e senza giustizia, assume carattere di propaganda qualunque interessamento che sollevi un poco lo spirito dei meno abbienti e lo conforti nelle sue prime necessità.

Perciò propaganda fu assistenza.

Per molti propaganda erano bei discorsi e distribuzione di opuscoli. Durante la guerra fu un imperversare di chiacchiere dette e stampate. Era la parte più appariscente e meno solida. Tutti i conferenzieri bocciati si offrirono non gratuitamente al governo per essere mandati in giro fra i soldati o nelle stazioni balnearie, a l’estero o nelle colonie a tener desto lo spirito nazionale. Come i pescicani avevano fatto la loro fortuna con le scarpe di cartone e le pelliccie di pelo di cane, così letterati e giornalisti cercarono di farla dando parole per concetti e discorsi per atti. Fu una cosa sempre inutile e spesso dannosa. Ma non importa. Le cose buone debbono avere il loro rovescio e le virtù i loro difetti correlativi.

La propaganda vera fu quella delle «Opere federate», intesa specialmente a creare in ogni centro, dove le autorità non funzionavano in questo senso, una specie di segretariato del popolo per i bisogni della guerra. Il popolo nostro non sa come difendersi contro le ingiustizie né come usare dei propri diritti. Esso, che già soffriva dei mali naturali della guerra, non doveva soffrire anche dei mali evitabili della cattiva amministrazione e dell’incuria degli uffici. Ci voleva chi aiutasse per le domande e per le ricerche, per gli schiarimenti e per i sussidi, che dando ed intuendo, sapesse collocare al momento opportuno la parola che rincuora e il sussidio che rialza. La classe borghese credeva che il popolo avesse bisogno di animo perché non lo conosceva. Di animo e di resistenza ne aveva più della borghesia. Ciò che mancava era la conoscenza e l’aiuto. Le «Opere federate» e tutto il nuovo tipo di propaganda che fiorì dopo Caporetto lo dettero al paese ed a l’esercito. Il principio era semplice: un sussidio vale più di un discorso; una istruzione più di una chiacchierata; una lettera dal figlio o dal marito al fronte più di una medaglietta o di un nastrino tricolore; e via dicendo. L’Italia diventava pratica. Le «Opera federate» compirono un lavoro vasto, utile e pratico.

Anche quella che ho chiamato la mentalità propagandista, si migliorò dopo Caporetto. La base di questa mentalità è  l’ottimismo paesano. «Non c’è nulla di più grande, di più bello, di più sano, di più buono ecc. del nostro paese e delle sue istituzioni. La natura ci ha messo al centro della creazione, ci ha fatto il popolo modello, il giardino del mondo, ci ha dato l’ingegno ad esuberanza ecc., ecc. Tutte le disgrazie che ci capitano sono colpa degli altri popoli, invidiosi del nostro splendido avvenire, ecc.». Questa è la filosofia sottintesa od aperta del propagandismo. Di fronte alla realtà c’era poi l’altro motivo: «Ora siamo in guerra e non si possono dire certe cose; ci nocciono presso gli stranieri; ci diminuiscono con gli alleati; bisogna esaltare quello che facciamo». E via dicendo.

Questa mentalità ci fece più male all’estero che a l’interno. All’interno era la continuazione di un vizio. All’estero parve, troppo spesso, aggressività, imperialismo, sproporzione dei nostri fini ai nostri mezzi, rovinò cause buone aggregandole a cause cattive, suscitò diffidenza ed antipatie, ci creò dei nemici, e ci procurò delle derisioni. I più grossi ci disprezzarono, senza favorirci; i più piccoli ci odiarono, senza temerci.

Dopo Caporetto non c’era tanto da pensare a questo. Il tono diventò un poco più basso e perciò più sentito. Si cominciò anche a capire che propaganda «all’» estero significava, innanzi tutto, conoscenza «dall’» estero. La diplomazia vecchia, che la guerra avrebbe dovuto spiantare, ebbe la concorrenza degli uffici di propaganda, affidati in generale a persone di maggiore levatura mentale, di fede più profonda, di coltura più estesa, persone che avevano dato i propri esami nella vita e non nella carriera, che erano partiti senza titoli e senza rendita, e si erano fatti quello che conta più del titolo e della rendita, cioè un nome. Ci sarebbe stato, scelto con cautela, un buon personale per una diplomazia nuova, più adatta ai tempi moderni, costituita da giornalisti e da studiosi, da gente d’affari e da commercianti, ma non si seppe e non si poté sviluppare l’idea.

Infatti, oltre ai difetti di tante di queste iniziative italiane improvvisate durante la guerra, e della solita percentuale di errori inseparabili da l’improvvisazione, il guaio più grave fu la duplicità di direttive e gli ostacoli che alla propaganda all’estero vennero dal rappresentante più puro delle vecchie concezioni diplomatiche, cioè da Sonnino. Non si può giudicare l’opera della propaganda all’estero, se non si tiene conto di questo peso morto che tutto fece per ignorarla o per ostacolarla.

Molto dimenticò o non vide Sonnino: più ci nocque avere egli ignorato, e volutamente, l’America. Ciò ha gravato su tutta la condotta della guerra e sul conseguimento dei fini che si erano proposti gli italiani. Non soltanto non si è capito che con l’America i sistemi della vecchia diplomazia non attaccavano; che l’America non aveva firmato il Patto di Londra; che la sua mentalità gli era troppo opposta; ma si creò nelle nostre relazioni con gli Stati Uniti un attrito gravissimo, la cui responsabilità cade direttamente su Sonnino.

Se c’era uno Stato che avrebbe potuto andare d’accordo con l’America, questo era l’Italia. Tutti i nostri interessi reali, sforbiciate alcune pretese di piccolo imperialismo paesano adriatico, si trovavano sulla stessa linea di quelli grandi americani. L’indole ultima del nostro popolo democratico, l’interesse alla libertà dei mari, l’accordo utilissimo con i popoli balcanici (senza del quale ogni dominio sull’Adriatico è vano potere), l’autolesionismo dei popoli, e via dicendo, avrebbero potuto collegarci più strettamente d’ogni altro Stato europeo con l’America.

Non si fece nulla per propiziarcela. Mentre le altre nazioni inviavano uomini di primo ordine, noi abbiamo mandato e tardi, scarti. Per l’America ci volevano grandi uomini attivi, perché così piacciono; in pieno possesso della lingua, perché ciò giova; simpatizzanti e simpatici alla mentalità americana, perché questo aiuta ogni trattativa. Tutti sanno che cosa invece si è fatto.

Intanto l’opinione pubblica americana veniva lavorata dai nostri rivali jugoslavi con altri sistemi e mezzi. Noi purtroppo, fornivamo buone occasioni ad essi di mostrarci agli americani come imperialisti ed aggressori. Le nostre pubblicazioni di propaganda erano sbagliate di sana pianta: retoriche per un popolo di pratici, piene di reminiscenze storiche per un popolo di attuali, scritte da dispregiatori della democrazia per un popolo di democratici, raggiungevano lo scopo opposto a quello che si proponevano. Fecero più male che bene e talora perfino le autorità italiane si accorsero dell’errore commesso e le misero in cantina dopo averle fatte stampare. In materia di propaganda il caso non era nuovo: Orlando aiutava una pubblicazione e Sonnino la faceva proibire dalla Censura. Così agli sbagli iniziali si aggiungeva la confusione delle direttive.

Indice
La propaganda nell’esercito

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