La politica delle nazionalità

Le idee si realizzarono spesso per opera dei più accaniti fra i loro avversari. E in un paese di scarsa nettezza politica come l’Italia, ciò accade assai spesso.

La politica delle nazionalità ne è un esempio chiarissimo. Essa venne applicata da persone che non la sentivano o addirittura l’avversavano. I suoi risultati sono stati buoni. Sarebbero stati ottimi se a dirigerne quella che  in politica è la polpa delle idee, e cioè l’applicazione caso per caso, ci fossero state persone con essa simpatizzanti. Tutto ciò che ha dato è suo merito, tutto ciò che ha fallito è colpa dei suoi esecutori1.

La politica delle nazionalità venne applicata dopo Caporetto e per causa di Caporetto. Caporetto la prese dai circoli di idealisti e di persone colte, che l’avevano sostenuta, ma non avevano potuta imporla, e la portò e l’impose in alto, al Governo. Ma con l’idea non salirono, se non in minima parte, le persone adatte che l’avevano concepita; e come uno strumento musicale in mano di ignari e come una arma in mano di interessati a non farla funzionare, dette più di un suono falso e di uno scatto a vuoto.

Fino a Caporetto avevamo fatto una politica estera contraria ai nostri interessi ed alle nostre tradizioni. Sorti come Stato contro l’Austria, colpiti nel nostro avvenire dalla dichiarazione di guerra dell’Austria, abbiamo pensato di fare la guerra all’Austria ma senza volerla distruggere e di rompere la Triplice con l’idea di ricomporla ben presto. Questo romanzo politico fu chiamata la politica realistica di Sonnino.

Fino a Caporetto noi abbiamo sostenuto con la diplomazia l’avversario che irritavamo con le armi. Governo e pubblica opinione si orientarono per due anni e mezzo verso una politica di sacro egoismo e di retorica imperialistica. Tutto era affidato alle armi negli anni in cui meno valsero le armi. Nulla al fattore morale quando più gli avversari se ne giovavano in casa nostra e dei nostri alleati. La Germania sobillatrice di irlandesi e di fiamminghi e di bolscevichi e di finlandesi, dentro al corpo dei suoi nemici, dai più temibili a quelli già abbattuti, ci mostrava una strada da seguire, che non sapemmo scegliere. La censura, causa ed effetto di questi mali insieme, non lasciò parlare se non chi voleva conquistare tutta l’altra riva dell’Adriatico. Alle rivendicazioni di Trento, Trieste ed Istria, nelle quali fino all’agosto 1914 la tradizione italiana, anche irredentistica, si era ristretta, gruppi numerosi e bene organizzati e sussidiati, aggiunsero la Dalmazia, terra di slavi.

Tali pretese, accompagnate da grossolani insulti e da minacce contro gli slavi, venivano abilmente diffuse in Austria dal governo austriaco e sollevavano contro di noi il fervore patriottico di popolazioni che risvegliate dalla felice vittoria del 1913 dei serbi contro turchi e bulgari, attendevano la liberazione degli Absburgo. Complotti, diserzioni, ammutinamenti avevano costretto il governo austriaco a inacerbire il regime già eccezionale nel quale manteneva da anni quelle popolazioni, con altre repressioni, con bandi, con ostaggi, con impiccagioni. Al governo austriaco, che questi movimenti czechi e jugoslavi indebolivano in sé e davanti alla pubblica opinione liberale degli alleati noi venimmo incontro il 24 maggio 1915 come una specie di divina provvidenza, fornendogli il modo di presentarsi quale il protettore nazionale di sloveni, croati e dalmati.

Non si comprende nulla di questa nostra guerra, se non si tiene fissa in mente l’idea che per due anni e mezzo l’Italia fu, nell’interno dell’Austria e presso le diplomazie neutre ed alleate, il migliore sostegno dell’Austria stessa. E quando i nostri soldati esasperati dalla vita di trincea, esprimevan talvolta l’idea che i governi fossero tra loro d’accordo, manifestavano in modo grossolano il nucleo di una certa verità: cioè che la nostra diplomazia, prima di essere italiana, era diplomazia e restava perciò legata ad una concezione, l’austriaca, che non poteva pensare di distruggere. Ed i nostri soldati, come molto spesso dovettero combattere, più che contro i generali austriaci, contro i generali italiani, certamente per due anni e mezzo dovettero combattere contro la tenace durezza mentale dei diplomatici italiani che meglio e più di ogni ordine austriaco esasperava contro di loro la convinzione dei popoli austriaci.

Il Patto di Londra si proponeva espressamente di mantenere in vita l’Austria. Esso partiva da questo presupposto e per tale ragione rinunziava esplicitamente a Fiume, che doveva far parte della Croazia. Sonnino nel suo discorso sui fini della guerra, ribadiva il suo concetto, di non volere distruggere o smembrare l’Austria. E d’accordo con lui, la massima parte dei giornali, sostenendo un pazzo programma imperialista, eccitava le trippe slave, cioè il sessanta per cento di quelle austriache, a difender sul Carso e sulla Bainsizza e nell’Adriatico, i loro paesi da una occupazione straniera e da una divisione politica assai più pericolosa, per il loro avvenire nazionale, dell’oppressione absburghese stessa. Meglio uniti sotto l’Austria che divisi tra italiani e austriaci.

Il Patto di Londra era appena comprensibile pensando ad una mentalità diplomatica in azione sul principio della guerra per la quale l’Austria doveva essere mantenuta, sebbene ridotta, come cuscinetto contro la Russia, e gli slavi dovevano esser tenuti divisi. Ma più tardi, quando l’entrata di grandi masse costrinse i governi a fare promesse democratiche e l’America diventò, con il suo esercito e con le sue provviste ed i suoi prestiti, l’arbitra della situazione, non si poteva mantenerlo così. Esso urtava contro gli interessi politici dei nostri alleati, che esigevano una corona di stati tra Germania ed Oriente; urtava contro il sentimentalismo democratico di larghe frazioni della pubblica opinione anglosassone; sollevava contro di noi cinque irredentismi, il tedesco nell’Alto Adige. lo sloveno da Tolmino a l’Istria, il croato dall’Istria alla Dalmazia, il greco nell’Epiro e nel Dodecanneso, l’albanese in tutta l’Albania, che inconsideratamente esso acconsentiva a lasciar dividere fra Serbia e Grecia!

Bisognava negoziare e cambiarlo. Finché il nostro esercito ebbe un valore, la nostra frontiera una importanza, e l’esercito austriaco, che si sarebbe rovesciato sugli alleati se noi avessimo ceduto, un certo peso, fino ad allora noi potevamo negoziare, cambiando ciò che non ci spettava ed era inutile, cioè la Dalmazia, con Fiume e con seri compensi coloniali. Noi dovevamo negoziare con tutti: con gli jugoslavi, ai quali la fine dell’Austria premeva più che a noi ed ormai non avevano altro naturale e cointeressato alleato nella lotta contro quella; con gli alleati, per modificare condizioni che essi avevan firmato ed avrebbero mantenuto, seppure a malincuore; con l’America, la quale non si era impegnata a nulla, e che bisognava convincere adoprando sistemi e persone adatte. Non si fece nulla di questo, ipnotizzati dalla cambiale firmata, che Sonnino avrebbe dovuto presentare alla scadenza. Ma venne la scadenza, e Wilson non aveva firmato nulla; Fiume era stata esclusa; la guerra era vinta e il nostro esercito poco più contava. Si pretese Fiume in base a quegli stessi principi che venivano da noi negati quando si voleva il Brennero e le Alpi Dinariche, findandoci sul diritto della nazionalità e sull’autodecisione, che calpestavamo quando da Fiume si andava a Bolzano o a Sebenico o si passava semplicemente a Sussak ed a Volosca.

Da piccoli avvocatuzzi pretendevamo la Dalmazia per il Patto di Londra a dispetto del principio di nazionalità, e Fiume per quello di nazionalità, a dispetto del Patto di Londra, infine l’Asia Minore per diritto di conquista. Non si pensava che gli jugoslavi potevano rovesciare la domanda e chiedere Fiume per il Patto di Londra, la Dalmazia per il principio di nazionalità. Si pestavano i piedi ai vicini e si pretendeva però di avere l’accoglienza amabile di tutti.

Tutto ciò non ci metteva in buona luce presso la pubblica opinione straniera, la quale avrà certamente avuto i suoi buoni motivi per essere meno indulgente verso di noi che verso altri, ma trovava certamente più d’un appiglio alle sue malignità o ai suoi rifiuti, nel nostro modo di presentare le nostre rivendicazioni. Siamo stati, è vero, trattati spesso come una nazione balcanica; ma possiamo negare che i nostri rappresentanti all’estero, dai maggiori che andarono occasionalmente alla Conferenza di Parigi ai minori che rimasero permanentemente nelle capitali straniere e fino a vari, contradittori e curiosi esploratori della propaganda, non abbiano fatto parecchio perché ci si considerasse tali? L’ignoranza e i sofismi, l’arroganza e la servilità, furono volta a volta adoperate, senza che mai si trovasse la via giusta da battere, che salvasse i nostri diritti indispensabili con la nostra dignità.

Le modificazioni necessarie al Patto di Londra venivano indicate dal Patto di Roma. Il Patto di Londra sosteneva l’Austria, il Patto di Roma l’abbatteva; il Patto di Londra era concluso fuori e contro i popoli soggetti all’Austria, il Patto di Roma era concluso d’accordo con essi.

Ma non si sboccò al Patto di Roma che a traverso Caporetto. Le idee sostenute, durante la neutralità, da un piccolo gruppo di uomini convinti, ma inabili, sopratutto perché onesti, a maneggiare le forze reali della politica italiana, furono durante due anni e mezzo soffocate dalla censura e dal clamore dei vari nazionalismi. Soltanto la lunghezza della guerra rese possibile ad una più larga frazione dell’opinione pubblica rendersi conto che mantenendo le direttive della politica antislava non si faceva che sostenere l’Austria e privarci di un potente strumento politico. Caporetto dette il colpo di grazia. Perché, non fosse altro per ragione d’utilità, non si adopravano contro l’Austria quei sistemi di sconvolgimento interno, che i nemici avevano con tanta arte saputo maneggiare nel Belgio e in Russia, durante la neutralità anche da noi ed in Romania, con non indifferenti effetti sulla preparazione prima, e poi sulla condotta della guerra?

Il Patto di Roma nacque come un’alleanza fra l’idealismo di pochi, la convinzione politica di parecchi, il machiavellismo di molti e il lasciar fare dei più. Dopo Caporetto non ci so osò opporre apertamente, se non da pochi fanatici (questi almeno sinceri!) alla nuova politica di accordo con le nazionalità che volevano liberarsi dal gioco tedesco-ungherese della monarchia degli Asburgo. Diciamo pure la verità, anche se scotta, Soltanto la paura, soltanto l’austriaco trincerato al Piave poté persuadere una parte della classe dirigente italiana a rinunziare, almeno temporaneamente, alla folle politica di spremere il sangue del nostro popolo contro l’Austria che sosteneva gli artifici della nostra diplomazia e le bestiali invettive della nostra stampa.

L’accordo fu firmato con il segreto proposito di infrangerlo appena il pericolo fosse passato. Ed infatti così avvenne.

Tanta malafede, abituale nelle transazioni politiche, trovava il suo degno riscontro fra gli jugoslavi. Essi pure, come i nostri nazionalisti, cercavano nell’Italia solamente un aiuto contro l’Austria e un’alleanza contro le tendenze austrofile di gran parte delle diplomazie e degli ambienti finanziari dell’Intesa, nonché di quelle, apertamente delineate, di Wilson, che scorgeva nell’Austria uno stato d’avvenire federalistico sul tipo della Società delle Nazioni da lui vagheggiata. La sconfitta dell’Italia sarebbe stata una jattura anche per gli jugoslavi ed un appoggio netto dell’Italia alle rivendicazioni loro e degli altri «eredi» dell’Austria, avrebbe avuto grande efficacia sugli alleati. Fu merito degli Italiani, a loro paragone, che almeno una minoranza desiderasse puramente e per sano intuito politico la soluzione di un accordo con gli jugoslavi, e che importanti giornali politici del nostro paese vi aderissero anche prima di Caporetto, fin dall’estate del 1917.

Coloro che sostennero in buona fede il Patto di Roma, ci vedevano tutto un avvenire per l’Italia: quello di esser la guida dei popoli Balcanici. Era il nostro avvenire politico, culturale, commerciale nel prossimo Oriente, (più sincero di tante avventure coloniali) che non bisognava lasciarsi portare via dalla Francia e dalla Inghilterra. Era un primato reale più vantaggioso, e nello stesso tempo più nobile, di quei primati di prepotenza che vagheggiavano i nazionalisti.

Ma quando si trattò di dare forma pratica alle deliberazioni del Patto di Roma, ripresero le ostilità dall’alto. Sonnino ignorò od ostacolò, La legione czeco-slovacca si formò con grande difficoltà, e invano si cercò di organizzare ufficialmente i ventimila jugoslavi che avevano chiesto di essere volontari sul nostro fronte.

Già dopo la vittoria del Piave – alla quale, come al complotto di Carzano, fallito per insigne buaggine di un nostro capo e che ci avrebbe portato Trento, dettero forza i disertori czechi e jugoslavi dell’esercito austriaco, recando notizie, piani, ora d’attacco – cominciò un primo rivolgimento di coloro che il Patto di Roma avevano accettato come una necessità, ed il rivolgimento avvenne completo dopo Vittorio Veneto. Si vide nella cosidetta, per eccellenza «polemica». Passata la festa, gabbato lo santo.

Questo principio sembra molto politico alle persone di certa volontà e regge purtroppo gran parte delle deliberazioni dei nostri uomini politici che spazio e tempo giudicano tutto da quelli di Montecitorio.

La politica delle nazionalità doveva far vincere la guerra, garantendo alle popolazioni slave e latine dell’Austria che l’Italia avrebbe sostenuto la loro indipendenza e non soltanto l’autonomia federale, al Congresso, il che solennemente, dopo il Patto di Roma, avveniva con dichiarazioni di Pichon, di Balfour, di Lansing che trovarono restio soltanto Sonnino; ma doveva anche portare più avanti l’Italia, garantirle la pace e la tranquilla espansione nei Balcani, l’accordo con gli alleati. Ciò non avvenne per l’opera degli avversari di tale politica, misti di vecchi germanofili, di clericali e di irredenti adriatici.

Conseguenze importanti ebbe pure il Patto di Roma sulla condotta delle operazioni. Ebbero da allora ben altra efficacia le nostre relazioni con i disertori austriaci. I prigionieri non furono più la massa anonima contro la quale il sentimentalismo italiano si accaniva perché soffrissero come i nostri prigionieri in Austria, una divisa per nazionalità si pensò che poteva essere utilizzata. Non tanto premeva l’aiuto materiale (poche diecine di migliaia di czechi, qualche pattuglia di romeni e di jugoslavi, vennero utilizzate) quanto l’aiuto morale. Essi tennero costante contatto con l’esercito austriaco. Passavano e tornavano nelle nostre linee. Con i canti, con manifesti, con discorsi da trincea eccitavano nei reparti austriaci della stessa razza e lingua lo spirito patriottico e ottenevano l’abbandono dalle file austriache. Grazie a czechi ed a jugoslavi noi sapemmo in antecedenza il piano e l’ora d’attacco delle truppe austriache nel giugno 1918. E durante tutto quell’anno mentre, per altre ragioni che vedremo, diminuiva e quasi cessava la diserzione nostra con passaggio al nemico, continuavano ad affluire i disertori austriaci, grazie alle notizie dei quali, finalmente coordinate dagli Uffici d’informazioni d’Armata organizzati sul serio dopo Caporetto, si era così minutamente informati dello stato delle truppe austriache da conoscere talvolta financo i pettegolezzi dei singoli reggimenti. L’ostilità tradizionale della nostra marina, nel cui Stato Maggiore si era formato un nucleo di imperialisti negatori ad ogni costo della politica delle nazionalità, impedì che si traesse uguale frutto delle informazioni pervenutaci per mezzo degli aviatori e marinari jugoslavi passati dalla nostra parte, specialmente nel momento della insurrezione delle navi a Cattaro. Se una corrente di simpatia e di propaganda avesse animato la nostra marina, anche i resultati di questa sarebbero stati più pronti ed efficaci. Invece, per una di quelle troppo abituali anarchie del nostro paese, dall’alto partivano ordini contradittori, le iniziative non avevano seguito e mentre Diaz faceva in modo Thaon di Revel agiva in un altro.

Mirabile efficacia ebbe l’Ufficio di propaganda delle nazionalità fondato presso il Comando Supremo, con rappresentanti dei vari comitati nazionali e con l’incarico specialmente di compilare e stampare manifesti che gettati da aeroplani nelle trincee avversarie, tenevano le truppe austriache informate dei movimenti nazionali, eccitate alla ribellione e alla diserzione. È notorio che un forte nucleo di militari austriaci datisi prigionieri durante la battaglia del Piave, aveva in tasca, sebbene fossero proibitissimi, i nostri manifestini. Il lancio di questi fu lungamente deriso da tutti coloro che, non avendo mai avuto fiducia nell’efficacia del fattore morale sopra il soldato italiano prima di Caporetto, non l’avevano, naturalmente, dopo Caporetto, neppure nell’efficacia del fattore morale sopra il soldato austriaco.

Ma tutta l’opera di propaganda, che riescì del resto ad avere diretta relazione con i centri nazionali dell’Austria, ebbe profondi effetti dopo il Patto di Roma, assicurando le popolazioni soggette all’Austria-Ungheria che l’Intesa avrebbe appoggiato la loro indipendenza e dando quindi loro l’incentivo a spingere fino a fondo la lotta nazionale.

Indice
Gli irredenti


  1. Per tutto questo paragrafo vedere in questi quaderni Il Patto di Roma a cura di G. Amendola, G.A. Borgese, U. Ojetti, A. Torre, con pref. di F. Ruffini.
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