La guerra e le idee

E da chi poteva partire questa propaganda? Non parliamo del mondo intellettuale. Chi scorra la produzione giornalistica e libraria del periodo della neutralità, in cui tutti ebbero libertà di parola (per non parlare del periodo seguente nel quale la censura, permettendo ai soli interventisti di parlare, permise l’escita delle sole sciocchezze interventiste) rimane impressionato della povertà della produzione e della banalità e retorica da ambe le parti.

La cosidetta guerra di idee si è rivelata in Italia una guerra alle idee.

Cominciamo dai precedenti. Un movimento come quello irredentista non ha dato all’Italia né un gran libro né un libro popolare. Siamo stati più di trenta anni alleati dell’Austria per non esserle nemici, e non abbiamo mai avuto su questo paese e sui suoi problemi un libro ben fatto. Se un giovane italiano avesse voluto studiare l’Austria e i problemi balcanici, avrebbe dovuto ricorrere a libri francesi, inglesi, tedeschi. Soltanto negli ultimi tempi abbiamo avuto un’opera discreta, ma d’occasione, e un buon volume storico, ma contrario all’irredentismo. Quando si confronta la produzione dal ’48 al ’70 con il Valussi, il Tommaseo, il Balbo, il Cattaneo, e quella dei recenti anni (non faccio nomi) non si può definire l’impressione che ne riceviamo che con una sola parola: decadenza. Ciò che colpisce in tutta la produzione di carattere positivo, è la povertà di idee, di senso storico e di onestà scientifica, mentre dove si trattano questioni di principio e di idee si rimane spaventati dalla banalità e leggerezza di queste.

La letteratura di guerra è dello stesso genere e dello stesso livello: retorica, bolsa, fabbricata per scopi commerciali. Vi sono poche pagine che valgano: e quelle poche, di gente che non era scrittore per mestiere. Poche anime si sono rivelate sincere: pochissime, semplici davanti alla morte. Si resta atterriti al vedere come la malattia letteraria sia penetrata nelle vene della nostra nazione, ritrovando nelle lettere di combattenti, che pur assistevano al quotidiano spettacolo di morti atroci, gli accenti d’accatto e le posizioni teatrali e false dell’eroe da commedia e da farsa. Il soldato che detestava il corrispondente di giornali (- se trovo Barzino gli sparo! -) lo ricopiava inconsciamente quando scriveva a casa. La bugia fioriva sul terreno dell’ultima verità, con una tenacia che mette veramente spavento, perché sembra impossibile che l’abito della retorica possa ancora vestirsi quando si è a un centimetro dalla morte e la trincea dalla quale si scrive può diventare da un momento all’altro la fossa dove si è sepolti per sempre.

Pare impossibile: ma è questa la realtà italiana.

Indice
Speranze che paiono impossibili

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