Il soldato italiano

Il soldato è il punto fondamentale sul quale bisogna fermarsi perché è stato l’agente principale della catastrofe.

Che cos’è questo soldato italiano che, secondo i giornalisti, sarebbe stato eroico e patriotta fervente per due anni e mezzo, senza esitazioni, e senza eccezioni, e che dopo due anni e mezzo sarebbe d’un tratto talmente cambiato da produrre un rovescio come il presente?

La pratica degli avvenimenti umani ci comincia ad insegnare che non può esserci stato un cambiamento così rapido; che qualche cosa di ciò che si è rivelato doveva esserci fin dall’inizio: che altro si sarà aggiunto per via. Quanto al velo che nascondeva tutto questo, vedremo chi l’ha messo.

Il soldato italiano non è mai stato, né poteva essere, l’eroe continuo che raccontano i giornalisti: non poteva esserlo perché non lo è in nessun paese del mondo e tanto meno nel nostro che non ha avuto una tradizione militare. Le guerre del nostro Risorgimento oggi ci fanno sorridere. La Cernaja costò diciotto morti all’esercito piemontese. Tutte le battaglie insieme del Risorgimento danno una cifra di perdite non maggiore di quella di un grosso combattimento di oggi: 6000 morti. L’unità d’Italia è stata definita un terno al lotto. Non è costata né molte fatiche né grandi sacrifici. Non avemmo capi militari e non formammo una tradizione militare. Le guerre coloniali d’Eritrea e di Libia han riconfermato queste esperienze. Oltre al mancare di disciplina militare, l’italiano manca di quella disciplina civile che, come in Inghilterra, si è potuta trasformare in disciplina militare, appena se ne è sentito il bisogno.

Se l’ufficiale è lo specchio della borghesia, il soldato è lo specchio del popolo: ed ambedue non differiscono molto perché un popolo ha la classe dirigente che sa esprimere dal suo sangue, e la classe dirigente ha il popolo che sa educare e dirigere. Ogni popolo ha i padroni che si merita, e ogni padrone ha i servitori che sa scegliere.

Il soldato italiano non ha molte qualità militari, salvo lo slancio nell’attacco, purché abbia capi che paghino di persona e inspirino fiducia. Allora lo si porta dove si vuole. Manca però di voglia di lavorare, non ha molta precisione, né amor patrio, poca disciplina, debole senso del dovere. Vedete come preferisce restare sotto il pericolo delle pallottole, anzi che scavarsi la sua buca più profonda e fare il suo muretto più alto: non gli importa correre il rischio d’essere scannato da una baionettata pur di non vegliare la notte: e chiacchiera e fuma anche se questo lo scopre e lo rivela al nemico.

In compenso di questi difetti, gravi per una guerra come la presente, ha in dose enorme una qualità grandissima, ed è la capacità di soffrire e di sopportare, fino ad un grado che rasenta l’inverosimile. Perché un soldato italiano si rivolti, occorre che ogni limite umano sia sorpassato. Il suo sfogo è piuttosto la parola che l’atto. E anche nella recente catastrofe è stato piuttosto con la passività che ha dimostrato fino a qual punto era stanco e scontento.

Ma se il popolo italiano ha sempre avuto, da secoli, questa enorme qualità del sopportare, non mai, credo, come in questa guerra ne ha dato prova: in essa difatti, senza sapere il perché, ha combattuto contro un nemico che non odiava perché non lo conosceva, con un clima ostilissimo, in condizioni disagiate e, negli ultimi mesi, con vitto insufficiente, sotto capi che troppo spesso non si curavano di lui altro che per ordinargli d’andare incontro a nuove sofferenze e a nuovi rischi, sopra i quali non vedeva nemmeno fiammeggiare la corona della vittoria: di quella vittoria vera, tangibile, efficace, che per il popolo è la fuga del nemico, la conquista delle sue città, delle sue terre, delle sue capitali: di quella vittoria che al popolo, (più idealista di quanto si pensi) basta spesso per far tacere ogni dolore ed ogni stimolo, per tenere luogo di pane e di famiglia, di riposo e di agio.

Il soldato italiano non è dunque l’eroe a getto continuo dei corrispondenti di giornale, che chiede di restare in trincea quando viene il cambio: non è l’eroe attivo che questa gente ha dipinto su fattura, ma è un grande eroe vittima, passivo, enorme, se si pensa agli strazi, ai pericoli, ai disagi inutili ed incompresi. Non è una qualità di prim’ordine ma è evidente che se ne poteva cavare assai di più di quello che se n’è cavato. Si poteva bene arrivare a non spezzare una corda così elastica, e che aveva dato prove insuperabili di bontà, che aveva anche avvertito, da molto tempo, che la sua resistenza era agli estremi. Non si è tenuto conto delle grida contro la guerra: delle fucilerie di protesta aperte da intieri reparti dai treni e nei campi: dei reati crescenti di insubordinazione: dei fenomeni di ammutinamento collettivo, in giorni di offensiva: del numero impressionante di disertori, sia datisi al nemico volontariamente, sia latitanti in paese con la connivenza della popolazione e indiscutibilmente con la tacita acquiescenza delle autorità di pubblica sicurezza e dei carabinieri: dei prigionieri, troppo numerosi in confronto alle perdite che si avevano nei reparti e che testimoniavano scarso spirito combattivo. Si conducevano allo sbaraglio i reggimenti che si portavano bene e si tenevano lontani dal pericolo quelli di spirito fiacco: scontentando giustamente i primi e rafforzando negli altri il concetto che il portarsi male era il miglior modo per salvar la pelle e che soltanto i «fessi dovevano fare la guerra».

Non si è, insomma, capito nulla del soldato: non si è saputo nulla del soldato: se l’elemento materiale, col quale si partì in guerra nel maggio 1915 venne migliorandosi, e giunse nel 1917 ad essere all’incirca contemporaneo, l’elemento uomo andò sempre più decadendo e l’elemento morale venne sempre più trascurato. Le chiamate di categorie non istruite, dei riformati, il passaggio delle classi territoriali alla milizia mobile, l’affrettata promozione di elementi di scarsa coltura e di dubbia fedeltà, i corsi affrettati di Modena, di Parma, di Caserta, dettero un personale di soldati e di ufficiali sempre peggiore fisicamente e sempre meno ben disposto moralmente. Fu pessima l’idea di obbligare coloro che avendo titoli si erano imboscati quali attendenti, piantoni, scritturali, a diventare ufficiali per forza: furono un elemento deleterio, andarono al fronte con rancore e col desiderio della disfatta. Si può paragonare tale errore a quello di inviare sul fronte, e pare sul settore dove i tedeschi attaccarono, gli operai di Torino, ai quali per fatti quivi avvenuti, era stato tolto l’esonero: agirono da propagandisti e divennero centri di pànico.

Ma il crollo finale alla resistenza morale del soldato, fu dato, secondo chi scrive, dalla riduzione del vitto. Negli ultimi sei mesi gli uomini di truppa mangiavano abbastanza soltanto se i loro ufficiali si quotavano per migliorare il rancio. Nei reparti dove ciò non avveniva (ed erano, si capisce, la maggioranza) si pativa la fame. Questa è la verità: e non quella dei medici e degli ufficiali superiori che asserivano che tutto andava per il meglio e che il soldato aveva acconsentito con patriottismo alla riduzione dei viveri, riduzione tanto più impolitica in quanto veniva a pesare sopra truppe stanche di due anni e mezzo di guerra e che nel primo anno avevano goduto di un’inverosimile abbondanza, fino allo spreco.

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Gli imboscati

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