Il popolo italiano

Comandi militari e Governo provenivano dalla classe dirigente italiana, e l’impressione unanime che ho colto nei migliori fra gli ufficiali è l’assoluta inferiorità di chi stava in alto rispetto a chi stava in basso. Eppure la classe dirigente italiana nasce e proviene dalla grande massa che chiamiamo popolo. Non è separata casta. Basta risalire due o tre generazioni d’uno dei nostri borghesi e troveremo sempre l’artigiano, il contadino, insomma il popolo. Vi deve essere dunque una certa responsabilità anche del popolo in generale, sebbene sia indiscutibile che il popolo è male rappresentato e che, dai generali ai deputati ai burocratici, i dirigenti sono, presi nel loro insieme, inferiori come mente, volontà e moralità, al popolo stesso. Tale responsabilità può fermarsi in alcuni concetti, che rompono un poco le nostre credenze più comuni. Forse il popolo italiano non è così intelligente come si crede o lo è in un modo diverso da quello che si crede. Esso abbonda forze più di furbizia e di buon senso, che di intelligenza nel significato più preciso della parola (nel qual caso, però, ben pochi popoli meriterebbero di venirne contraddistinti). La furbizia giova piuttosto al nostro popolo per risolvere i casi personali della sua vita, e il buon senso, accompagnato da un certo scetticismo, gli serve di freno alle irruzioni che la sua furbizia e la sua intelligenza, con le quali giudica dello scarso valore morale e intellettuale dei suoi capi, gli suggerirebbero. Perché il nostro popolo non si rivolta più spesso, anzi perché non si è rivoltato prima di Caporetto? Ecco la domanda insistente che doveva rivolgersi l’osservatore del nostro soldato. Si notavano i miracoli di abilità e di improvvisazione, le sue straordinarie doti nel trasformare gli ambienti più penosi e più brutti, con qualche segno di arte, proprio della nostra stirpe, ed anche la sua acutezza nel notare e qualificare i difetti dei dirigenti, nell’apprezzare le buone qualità, nello scoprire le vie e i modi della vittoria (quanto spesso un sergente la sapeva più lunga dei generali!). Ma perché mai ciò non riusciva a passare nell’atto concreto e collettivo? Osserveremo anche qui che l’uso di tante qualità intellettuali comincia e finisce nell’individuo stesso, non sbocca in un pensiero generale di azione. La critica sembra subito calmarsi appena l’individuo che la fa, passa dalla classe oppressa in quella degli oppressori, e può prendere parte, sia pure minore, al banchetto generale. Allora molto spesso quelle doti si rovesciano, per esercitarsi sopra i colleghi sofferenti di ieri: l’imboscato di recente, che fino al suo imboscamento si notava fra i più convinti protestanti contro i favori, oggi sghignazza sui suoi compagni lasciati al fronte: «la guerra la fanno i fessi» è una frase nata evidentemente da uno di quei tipi, che ha il suo perfetto corrispondente in quei deputati di opposizione pronti a far tacere le loro opposizioni pur di essere chiamati al Ministero. I peggiori aguzzini e sfruttatori dei soldati sono stati quei sergenti o altri tipi «di contabilità» che hanno lucrato sempre sui loro fratelli un po’ minori di grado e di furbizia, sui loro vizi come sulle loro virtù, sui loro diritti come sui loro doveri, facendosi pagare per le tolleranze e facendosi ricompensare per la loro autorità abusivamente usata. Vi è forse in noi italiani troppa ammirazione per l’intelligenza furba, che vede l’oggi e non il domani: ci si lagna di questa furbizia quando è a nostro danno, ma si adopra a danno altrui, appena è in gioco il nostro interesse. A forza di essere furbi, si finisce per venire giocati da popoli meno intelligenti ma più tenaci nella loro intelligenza: e ci si disgrega, a forza di capire troppo l’interesse individuale, di fronte a popoli che sentono più di noi che l’interesse individuale è legato a quello collettivo. Perciò il problema di un movimento generale della classe dirigente (rivoluzione) non sembra avere mai occupato seriamente il nostro popolo, e il rinnovamento della classe dirigente si è fatto per rinnovamenti parziali e quasi sempre in base a prevalenza di interessi individuali e per via di scaltrezza. Ciò spiega il fatto, indiscutibile, che in Italia i governati siano peggiori dei governati.

L’esercizio di questa furbizia e scaltrezza ha portato in alto anche l’uso della retorica, con la quale si cerca di impaniare le masse. Certo che è deplorevole la scarsa autorità che gli uomini di ragionamento e di cifre hanno sopra il nostro popolo, in confronto con i parolai. Dalle piccole società fino al Parlamento la prevalenza degli uomini dotati solo di parola, fa pena: ci sono troppi avvocati e troppi oratori nei posti direttivi. E questo si riflette anche nell’arte, che dura e nuda spiritualmente non ci manca, che nel popolo ha sempre vive alcune polle genuine, ma che nella ammirazione generale del pubblico colto, nella modellistica delle scuole, nella tradizione ha pur troppo ancora troppi drappeggi ed esteriorità, troppo gonfiore e falsità. Di qui nascono infiniti veli, buttati sulla realtà, che impediscono poi a tutti di dirigersi e di guidare. Da questa retorica infinite propaggini si spingono nella vita politica, nella scolastica e nell’educazione. Ecco, per esempio, gli errori della propaganda di guerra, fondata sulla conquista e non sulla difesa, senza mai parlare di pace! Si è preteso dal popolo italiano, con tutt’altro carattere e senza il potente sentimento patrio e l’intelligenza collettiva del popolo tedesco, quello che nemmeno a questo chiedeva il suo governo: lottare per conquistare chilometri quadrati e per la grandezza di un passato, che era ignota. Tale propaganda era in sé la più infelice e disastrosa, ignorava poi quella degli avversari che faceva larga breccia negli animi, e sembrava fatta apposta per togliere ogni valore ai sentimenti ed alle ragioni che più avevano persuaso il popolo italiano alla guerra.

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L’ignoranza del popolo

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