Il paese

Caporetto contribuì infine in modo efficace a cambiare lo spirito del paese. Si può dire che fino a Caporetto gran parte dell’Italia non sapesse che cosa era la guerra, in quel senso in cui la provavano la Francia e gli imperi centrali. Le nostre campagne, sì, erano spopolate di uomini; ma non le città. E le privazioni non erano forti. Dopo Caporetto anche le città il cui animo era più lontano dalla guerra, come Roma, sentirono passare il grave respiro suo. La vista dei profughi impressionò e commosse persino lo scettico e critico spirito toscano. Essi portarono in tutta Italia con i loro stracci e con i loro volti spauriti, con le nidiate di bimbi e con l’incerta ed ingenua loro appartenenza, un segno della realtà che si svolgeva lassù, in quei luoghi non mai veramente intravisti fra le parole retoriche del giornale. Il paese si migliorò, come la zona di guerra. Non bisogna esagerare in quella distinzione e contrapposizione che si è voluto creare fra paese e zona di guerra. Non bisogna giudicare il paese da quello che facevano nel centro le grandi città di imboscati lavoratori e burocratici. Il popolo, che non andava ai teatri e per le vie principali, quello che doveva comperare la razione di pane e sollecitar con la tessera il droghiere e il lattaio, ed attendere l’unica ora di gas per poter mangiare caldo, soffrì con una pazienza infinita, quasi eguale a quella dei soldati in trincea , se si pensi che il paese era composto ormai principalmente di femmine e di vecchi. Popolo qui e là, della stessa razza e della stessa educazione, sarebbe stato ben strano che avesse avuto due manifestazioni così diverse. Ed alle piccole categorie di arricchiti e di pescicani e di burocratici dei grandi centri che se la spassavano con donne in festini, a Milano, a Torino, a Roma, si potevano benissimo contrapporre le altre categorie di imboscati nei comandi delle città e paesetti della zona di guerra, che se non facevano del lusso e non gozzovigliavano, non era certo perché ne mancassero di desiderio: ciò che mancava loro (quando mancava) era l’occasione. Del resto i primi a lamentarsi delle chiusure serali, delle proibizioni erano i militari in licenza che di ritorno dal fronte non domandavano meglio che di poter dimenticare in qualche modo gli orrori e i dolori di quella vita.

No. Tutte le accuse che si son fatte per disfattismo al paese non reggono, quando si pensa che chi salvò l’Italia sul Piave, dopo Caporetto, furono i battaglioni del 1899. Ora questi battaglioni erano di giovanotti fino a quattro o cinque mesi prima vissuti nelle loro case, presso i genitori. ascoltando i loro discorsi e vedendo il loro esempio. Essi si sacrificarono con entusiasmo. Se il paese fosse stato disfattista, non avrebbero resistito. Anzi, proprio presso di loro, i più giovani, è noto che si trovava il maggiore spirito di sacrifizio e d’amor patrio e quella specie di animo fatto alla guerra che a forza di sentirne parlare e di dovercisi preparare, era penetrato in tutti, anche nei contadini dei luoghi più remoti. In verità il disfattismo e l’eroismo non furono monopolio di nessuno. Nel paese la resistenza a sofferenze e privazioni lunghissime non fu meno grande che al fronte. Il popolo italiano non smentì la sua formidabile qualità di sapere patire. Bisogna essere esciti dai grandi centri e dai grandi alberghi, ed essere andati in qualche piccolo comune meridionale, per comprendere la forza di resistenza di famiglie prive di tutta la gioventù, assassinate dalle requisizioni, abbandonate dal governo, taglieggiate fin nell’onore domestico, dalle camorre, borghesi locali: e allora non si crede più alle frasi fatte che dividevano questo paese, unito forse per la prima volta nella sua storia dopo il Risorgimento, in due pezzi: fronte ed interno. L’Italia del dopo Caporetto fu una, grande nel soffrire e nel resistere, e così giunse alla vittoria del Piave ed a Vittorio Veneto.

Indice
Vittorio Veneto: vittoria dello Stato Maggiore

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