Il giornalismo. I corrispondenti di guerra

Un velo fra ciò che avveniva sul fronte e il paese lo andavano tessendo i giornali. L’Italia è stata da secoli tenuta su a menzogne, ma raramente le menzogne furono prodigate come durante questi anni. Aiutarono i comunicati, la censura, la neutralità interventista.

Non si sono mai viste così bene le conseguenze del sistema della bugia, come durante questa guerra. L’effetto della bugia, che è immediato, attira sempre le piccole mentalità politiche, che non vedono e non mirano lungi. Esse non si accorgono dei danni profondi che la bugia reca, appena ci si affida ad essa per scopi un poco superiori alla vita dell’oggi.

I comunicati non erano bugiardi. Erano reticenti. Non furono più creduti dopo pochi mesi. Ciò che tacevano finiva per arrivare alle orecchie di tutti, naturalmente moltiplicato dalla fantasia. Il primo dubbio nasceva dal fatto che non era permesso sentire l’opposta campana.

La censura, di cui non toccheremo le corbellerie politiche, prese a curarsi soltanto delle notizie false per pessimismo, ma lasciò passare, senza capire assolutamente il pericolo, tutta la retorica, le gonfiature, le esagerazioni, le pallonate cui si abbandonava il giornalismo. La rigida regola per la quale le sole notizie vere eran quelle dei comunicati ufficiali, fu applicata per le notizie cattive: per le buone no. Così si poté stancare il pubblico tenendolo per un anno alle porte di Gorizia che stava per cadere da un momento all’altro e farlo camminare per due anni sulla via di Trieste e di Trento.

Una parte del paese ha preso per vittorie le sconfitte e si è abituato ad una tale atmosfera di crogiolo che quando è dovuto tornare alla temperatura normale, costrettovi dalla realtà, ha sentito una doccia fredda: e quando è venuta la doccia fredda, non si è avuto il coraggio di somministrargliela e si è pensato di censurare lo stesso comunicato ufficiale che si leggeva intanto in tutta Europa: cosicché tutti eran ritenuti degni di sapere la verità sulle sue vergogne, salvo il popolo italiano. Un’altra parte del paese, poi, non ha creduto nemmeno a ciò che si diceva di vero. I compratori di giornali, specie i soldati al fronte, dicevano prendendo il foglio: – dammi un soldo di bugie.

I corrispondenti di giornali, in generale, sono stati particolarmente bugiardi. I soldati li hanno presto odiati. Quella rappresentazione stereotipa dell’eroe, fatta al tavolino del Dorta ad Udine, e quell’osannare a tutti i capi più incapaci che si siano mostrati sui campi di battaglia europei, disgustava chi vedeva da vicino la guerra, e metteva il paese, che non la vedeva, in uno stato di vanagloria e di donchisciottismo che si ripercoteva sui movimenti della pubblica opinione nei rispetti della politica estera.

Montata dai giornalisti, l’Italia sembrava diventata il primo paese del mondo e la guerra italiana il centro di quella europea. Tutti si arrabbiavano e si accanivano contro gli stranieri quando essi, che sentivano tutte le campane, e non soltanto quelle di casa nostra, non parevano dare alla nostra guerra tutta l’importanza che doveva avere secondo gli strateghi delle redazioni. E tutti si pavoneggiavano tutte le volte che un quodlibettario qualsiasi, pagato o coccolato da qualche nostro agente, faceva escire in riviste o in giornali di terzo ordine le stesse scempiaggini che qui avevano corso come moneta di buon conio. Le campagne più assurde, che finivano per far passare all’estero l’Italia come un paese di aggressori e di avidi, dai denti aguzzi e dall’appetito formidabile, venivano sostenute da tutta la stampa, anche da quella che avrebbe voluto non sostenerle, ma che, per la cattiva sua organizzazione e per la debolezza degli elementi direttivi, lasciava passare nella terza pagina ciò che contraddiceva la prima. I paesi che, come la Grecia e la Serbia, l’Inghilterra stessa accarezzava, venivano ricoperti di improperi e pareva che fosse spiritoso e patriottico, mentre Cadorna faceva la guerra agli austriaci con le armi, condurre un’altra guerra di penna contro gli alleati!

L’interventismo, col suo metodico e borioso spregio del nemico, col suo parolaio e vuoto nazionalismo, dava modo al neutralismo di riabilitarsi e, illudendo il popolo sulla verità della guerra e delle condizioni della politica estera, preparava il ritorno di Giolitti o dei giolittiani.

Indice
L’errore della guerra nostra

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