Il fattore morale trascurato. Il trattamento dei volontari e degli irredenti

Il fattore morale fu sempre trascuratissimo. Era, del resto, vecchia tradizione del nostro esercito e d’uno Stato maggiore contrario alla disciplina di persuasione. Mai si cercò di spiegare ai soldati il perché della guerra, i dati fondamentali di essa, la sua necessità ed i vantaggi che ne potevano sperare le masse. Mai si rappresentò loro che cosa fosse il nemico. Mai si cercò di legare il soldato con interessi, con premi, con provvidenze sociali, con onori speciali dovuti a chi faceva davvero la guerra. La stessa medaglia al valore venne distribuita senza equità. Troppo poche al soldato, troppe agli ufficiali addetti ai comandi. Pessima poi la concessione di medaglie con motivazioni leggerissime ad uomini parlamentari ed a giornalisti che vivevano vicino al Comando Supremo. Non già che non abbiano essi dimostrato coraggio e valore, ma perché troppo più dovevano dimostrarne quasi giornalmente ufficiali e soldati combattenti, che se ne trovavano invece privi. L’ingiustizia offendeva. C’erano tante sorta e varietà di croci, che la medaglia al valore avrebbe dovuto essere salvata.

Soltanto negli ultimi tempi si cercò di dare qualche conforto di propaganda alle truppe. Ma troppo tardi. Erano già stanche e diffidenti. Né la truppa può tollerare propaganda di elementi che non combattono e che essa non veda affrontare i suoi disagi e i suoi rischi. Soltanto ai feriti, ai mutilati dovrebbe essere permesso di parlare ai soldati: gli altri, soprattutto i borghesi, producono l’effetto contrario.

Gli elementi che avrebbero potuto compiere un’assidua opera di propaganda, erano quelli provenienti dai partiti popolari, convertiti alla causa della guerra. In essi la capacità di conoscere lo spirito popolare, di sorprendere le obiezioni, di ribatterle. Ma invece furono tenuti d’occhio come soggetti pericolosi. Anzi spesso le loro convinzioni interventiste erano ragione di maltrattamenti, di antipatie, di odii, di soprusi da parte di superiori, neutralisti per germanofilia o più spesso semplicemente per noia della guerra.

Una voce unanime salirà a guerra finita dalle file dei volontari e degli irredenti, arruolatisi come soldati semplici o come sottotenenti, ai quali non fu concesso di formare un corpo speciale: e la voce dirà il barbaro trattamento fatto ad essi perché avevano voluto o, come si diceva per gli irredenti, erano stati la causa della guerra. Quanti drammi per ora ignorati dal grande pubblico! Giovani pieni di fede e d’un grande avvenire hanno trovato la morte non già nel compimento di un dovere uguale per tutti ma nell’arbitrarietà e imposta esibizione al pericolo voluta da superiori: infiniti animi furono rattristati e sfiduciati.

Chi parla di propaganda non sa che essa trovava i più gravi ostacoli negli alti gradi. Gli elementi migliori per fede, per convinzione, per cognizioni, si trovarono all’inizio della campagna nei gradi subalterni. Soldati e ufficiali superiori si potevano spesso paragonare gli uni agli altri, per inerzia mentale di fronte ai problemi generali ed anche di fronte ai problemi tecnici della guerra. E così gli elementi che avrebbero potuto rinnovare l’esercito si trovavano spesso a combattere contro l’ignoranza delle masse senza avere l’appoggio dei superiori e contro il malanimo dei superiori senza avere l’appoggio delle masse.

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Effettivi, di complemento e territoriali

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