Il Comando Supremo e il Governo. I loro metodi con le truppe e col paese

Il Comando Supremo e il Governo, quando si accorgevano di questo stato di cose, si mettevano appunto nella situazione che ho descritto, di un reciproco accusarsi, vedendo ciascuno i mali prodotti dall’altro e non volendo riconoscere i mali di cui ciascuno era causa. Il Comando Supremo accusava la politica interna fiacca di guastare il fronte: il Ministero accusava il fronte di guastare il paese. L’errore consisteva nel non capire che la colpa era reciproca: la guerra fatta male stancava il paese e il paese non sostenuto stancava i soldati. Qui e là mancava la disciplina.

Non che il Comando Supremo ci insistesse. Anzi. Ma bisognava vedere come questa disciplina veniva applicata. La borghesia diventata ufficialità ha molto più spesso esercitato il suo potere come un mezzo di coercizione per i comodi privati che non per l’utilità comune. La disciplina in Italia si intende come obbligo verso il superiore e non anche come tutela dell’inferiore. Di qui tutta una serie di massime militari scherzose, che nascondono sotto il sorriso la verità triste (per es.: il grado è fatto per abusarne): di qui tutta una serie di abitudini e di consuetudini tendenti a sfuggire alla responsabilità e ad evitare gli obblighi disciplinari senza romperli formalmente. Nell’esercito gran parte delle forze umane va dispersa nel nascondere la realtà. Il sommo dell’abilità d’un militare di carriera – dal vecchio sergente al vecchio generale – consiste nel far sì che il superiore non si accorga del come stanno le cose. Questo si chiama «esser in gamba». Il giorno della rivista ci devono essere tutti i fucili. Se mancano, un comandante di compagnia in gamba «si arrangia», cioè li porta via a una compagnia meno furba, e figura bene. Come con i fucili, accade così con tutto e per tutti i gradi. E ciò spiega come ciò che sapeva qualunque sottotenente fornito di occhi e di orecchie, fosse ignoto al Comando Supremo.

La truppa non vede, troppo spesso, altra faccia della disciplina che quella rivolta a premere su di lei. Non vede i superiori sacrificarsi per il dovere, mostrarsi giusti con tutti. La vecchia mancanza di giustizia che da secoli avvelena la vita italiana ed ha reso il popolo, in specie quello delle campagne, diffidente verso chiunque gli sia superiore e cerchi di fare il suo bene, si ritrova nella vita militare tale e quali, ma con effetti assai più profondi e più gravi, quanto più profondo è il solco che in essa lascia l’iniziativa e il potere che sta in alto, quanto più duri sono i rapporti fra superiori e inferiori, quanto più gravi i patimenti e le umiliazioni che la punizione militare può infliggere senza appello, senza riscossa. Tale mancanza di giustizia trovava una tradizione già fondata nel dominio dello Stato Maggiore accaparratore di carriere e di posti, ed una base nella formazione militare stessa che non ammette la discussione degli ordini e l’errore dei capi.

Così è accaduto che il popolo ha continuato a sentire, sotto le armi, le stesse ingiustizie e a soffrire il peso delle stesse camorre (furerie, ecc.) contro le quali l’autorità dello Stato non si è mai fatta valere: e mentre per aria volavano le parole di solidarietà e di concordia patria, in pratica la Patria, come era stata assente nella sua esistenza civile, continuava ad essere assente nella sua esistenza militare. Erano cresciuti i pericoli, i disagi, le fatiche: era lontana la famiglia: ma dal padrone e dall’esattore di un tempo, dal carabiniere e dal bottegaio della vita civile passare all’ufficiale, al furiere e al cantiniere la differenza non era grande: vi ritrovava gli stessi sistemi e la stessa oppressione.

Nel paese le cose non potevano andar meglio, visto che la classe borghese, impadronitasi dell’Italia col vangelo del liberalismo di questo non aveva conservato proprio altro che la parte meno adatta per vincere una guerra: cioè la libertà politica. Il liberalismo economico, il liberalismo educatore nazionale erano stati completamente dimenticati. Lo Stato non era più l’organo vivo ed energico, la coscienza etica e religiosa concepita dalla vecchia Destra. I funzionari potevano benissimo tradire la guerra voluta dallo Stato, che non erano puniti. Ai nemici era data libertà, non soltanto di soggiorno, ma di propaganda. Tedeschi piccoli e grossi si industriavano a spargere il malcontento, le notizie false, gli elogi del loro paese. Ai neutralisti venivano affidate e lasciate importanti cariche. Essi entravano persino negli organi ufficiali della propaganda interna ed estera! Il governo, che nei primi mesi di guerra, per l’entusiasmo popolare avrebbe potuto chiedere al paese qualunque sacrificio e avrebbe potuto sbarazzare la nazione di tutti gli elementi infidi, volle che il paese andasse avanti come se la guerra non fosse esistita e non ci fossero avversari della guerra che non cessavano le ostilità.

Mentre centinaia di generali, a torto o a ragione, ma certo con grande energia, venivano rimandati dal fronte, per due anni di guerra nessun prefetto neutralista, nessun direttore generale incapace, nessun pezzo grosso di tiepida fede, veniva cacciato o diminuito. E pure pochi solenni esempi sarebbero bastati per mettere in corpo ai recalcitranti la voglia, ai mal disposti l’inclinazione.

Per i consumi si conduceva una politica collettivista, che sconvolgeva tutte le vie naturali del commercio e disgustava e impressionava tutti i produttori, rendendo le condizioni del vivere assai più difficili di quel che sarebbero state se il Governo non si fosse occupato di nulla. La farsa delle uova si mescolava alla tragedia delle navi fatte nascondere dai calmieri, che la bestialità nazionale si ostinava a voler applicare, ancorché bestemmiasse questo o quel calmiere, come male applicato, non giungendo a capire il danno d’ogni calmiere in generale.

Indice
La propaganda socialista e papale

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