Gli irredenti

Gli irredenti, specie gli adriatici, avrebbero dovuto essere il fattore principale delle politica delle nazionalità. Essi avrebbero dovuto trovarsi al posto d’onore: e per la loro appartenenza al regno austro-ungarico e per le loro cognizioni. Ed al posto d’onore fu veramente una frazione, specialmente trentina, che seguiva la tradizione di Cesare Battisti. Ma non la grande maggioranza, specie degli adriatici.

Essi conservavano troppo nel cuore il ricordo delle lotte locali con gli slavi, per potersi immedesimare con l’interesse d’Italia, che le voleva in quel momento sedate, a costo di qualunque sacrificio. E ciò è umano, Meno umano e veramente deplorevole il fenomeno di alcuni tra loro, per fortuna in minoranza assoluta, che pur odiando l’Austria s’erano fatti una mentalità austriaca e sognavano che la vittoria avrebbe semplicemente rovesciato l’ordine delle cose, sostituendo l’Italia all’Austria e le minoranze italiane al posto delle minoranze slave. Essi sognavano di fare a Spalato o a Sebenico con l’appoggio del governo italiano quello con l’appoggio del governo austriaco facevano gli sloveni a Trieste.

Per disgrazia questo piccolo nucleo ebbe il sopravvento, con l’aiuto del governo. Invece di informatori furono deformatori dei fatti. Avvelenarono la pubblica opinione italiana con racconti e con teorie esagerate, con dati di fatto alterati, appellandosi al nostro sentimento, facile a commuoversi, coltivando in noi italiani tutti i nostri difetti, l’esagerato amore per le cose passate e l’estetismo, la boria nazionale che ci fa credere superiori a tutti i popoli e via dicendo. In essi non parlò mai un ben inteso amore dell’Italia, ma principalmente il risentimento personale e il desiderio di averla vinta nel proprio comune. Il campanilismo si ridestò sotto veste di irredentismo e la Peretola che sonnecchiava in cuore ad ogni italiano diventò la misura della politica estera. All’interesse dell’Italia anteposero l’interesse di Lussinpiccolo.

Furono quindi focolari di dissidi, lanciatori di notizie cervellotiche ed esagerate, fabbricanti di innumerevoli articoli e libriciattoli senz’altro scopo che di creare discordie e attizzare odi. Grazie all’appoggio del Governo ed al nazionalismo jugoslavo, riescirono pienamente al loro scopo, e il popolo italiano si trovò in breve a odiare un altro popolo, come lo jugoslavo, di cui fino ad un anno prima ignorava l’esistenza ma che da Mazzini a Cavour, tutti gli apostoli, idealisti o pratici, del suo Risorgimento gli avevano additato come fratello e compagno della comune lotta antiaustriaca1.

Più grave forse degli effetti pratici stessi di questa azione, fu il restringimento dell’orizzonte mentale che doveva schiudersi all’Italia per questa guerra mondiale. L’attenzione che essi costrinsero a dare a problemi minuti e di ordine secondario, persuasero gran parte della pubblica opinione che la guerra fosse stata fatta per questioni di un tipo che ormai può dirsi sorpassato dallo stato mentale del mondo moderno, in cui le competizioni d’ordine economico e i grandi problemi della tecnica e della educazione, hanno un’importanza di gran lunga superiore alle conquiste chilometriche ed alle rivendicazioni puramente etniche.

Indice
Il paese

  1. Vedasi nel volume Italia e Jugoslavia della nostra «Voce» il bellissimo saggio di A. Anzilotti: Austria e Slavia nel risorgimento italiano.
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