Dopo Caporetto

Subito dopo Caporetto, sentimmo tutti che qualche cosa di mutato c’era in Italia. Non parlo soltanto di quello spirito di resistenza, sgorgato dalle ultime riserve della fede nostra, del quale, dopo qualche giorno di dorata illusione, anche la stampa nemica si accorse; e neanche di quell’ammirevole fermata sul Grappa e sul Piave, che si potrà strategicamente attribuire a Cadorna, ma che soltanto il calmo e sopportante spirito del nostro fante e non alcun geniale concepimento o fatato ordine scritto avrebbe potuto ottenere. C’è stato in Italia un rivolgimento intimo più profondo che non lo scaturire di queste forze di resistenza disperata, che non la lotta per riparare al vicino passato al quale si riparò come si poté: i soldati senza mantellina sul Grappa combattendo, il paese col pane scarso lavorando e soffrendo.

Il fatto importante è consistito in questo, che l’Italia ha cominciato a riflettere per la prima volta, da che si era dichiarata la guerra. Nelle ansiose settimane della neutralità si era interrogata, e le sue simpatie si erano manifestate. Ma qui accadeva qualche cosa di più. L’Italia iniziava un esame di coscienza e di auto-critica, che è durato dei mesi: intenso fino alla vittoria di giugno sul Piave, meno acuto fino a Vittorio Veneto, che l’ha cancellato del tutto in quasi tutti. Secondo me, assai più della vicenda militare, questa caratteristica rende profondamente opposto Vittorio Veneto, a Caporetto. Non è già il fatto della vittoria che si oppone al fatto della sconfitta; è l’atto della incoscienza che cancella quello dell’auto-coscienza. Caporetto è il colpo che costringe a guardare nell’intimo e mette ogni spirito alle prese con sé stesso; Vittorio Veneto è la fortuna che esilara, gonfia, stordisce, e troppo superiore in apparenza ai meriti che uno si è acquistato, fa dimenticare problemi e ricordi, peccati ed erramenti.

Non era, in verità, la prima volta che dall’aspra pedagogia della guerra, il paese avrebbe potuto esser condotto a riflettere sopra sé stesso. C’era stato il maggio 1916. Ma non era stato sufficiente a svegliare. Ci voleva un colpo più forte, e fu Caporetto.

Gli italiani cominciarono a riflettere e a capire: il più grave colpo non il nemico ce lo inferse ma i nostri; l’avversario più pericoloso non è quello che sta fuori ma quello che abbiamo in casa; non sono austriaci e tedeschi da temere, ma italiani; non i generali loro da vincere, ma i nostri; non i politici di là ma questi di qua; non le loro virtù ma i nostri difetti. Ciò che devo temere è l’italiano disordinato, ignorante, senza puntualità, mentalmente vecchio, retorico nella letteratura, borioso quando è fortunato e fiacco nelle disgrazie, autoritario se domina e servile se perde, con il suo essere sempre spezzato in due, fra la sua intelligenza, così viva ed immediata, e il suo scetticismo, che gli fa da visiera alle azioni lontane, con la sua furbizia, che gli tiene luogo e gli dà fama d’intelligente.

E l’Italia fu triste, perché cominciò a capire. Ma da questa tristezza, da questi esami, da questa angoscia scaturì un grande bene.

La parola «Caporetto» diventò un simbolo ed una occasione di pensieri e di considerazioni, in tutti, secondo la capacità mentale e l’orizzonte morale di ciascuno. Fu sorgente di propositi e di attuate correzioni e riforme, soprattutto di quelle che più contano: le intime. Ognuno portava nell’esame le proprie esperienze: i combattenti, quelli di guerra; i maestri, quelle dell’insegnamento; i padri, quelle dell’educazione; i religiosi, quelle della confidenza; i politici, quelle delle loro lotte. Pochi ambienti restarono impassibili e freddi. Non vi fu cerchio di menti un poco sollevate sopra le preoccupazioni ordinarie della vita, dove la conversazione non si svolgesse a quel tema e discorsi e conferenze e lezioni e prolusioni e libri ed articoli vi si addentrarono o lo sfiorarono. Tutti cercavano di capire come Caporetto fosse stato possibile e che cosa si potesse fare perché più non si ripetesse. Persino i socialisti ufficiali si dimostrarono sensibili alla situazione e Turati poté, senza proteste, inneggiare al Monte Grappa. L’azione disfattista subì una forte riduzione.

Ma, torno a ripetere, il fenomeno più importante era quello dell’esame di coscienza; ed appunto da questo prese nome una iniziativa, partita da un gruppo di studiosi e di combattenti, che in una circolare allora diffusa, esprimeva bene il bisogno da tutti sentito di riprendere in mano e riesaminare la storia della nostra formazione nazionale.

«Le responsabilità mediate e profonde – diceva l’appello – risalgono a cinquant’anni di mal governo, di corruzione politica, di dittature parlamentari, di menzogne elettorali, di assenza della scuola popolare, di voluto e sistematicamente procurato servilismo in tutti i rami di funzionari, di assenza di dignità, di forza, di volontà nei rappresentanti dello Stato.

«Oggi l’Italia sconta durissimamente questa politica nefasta; e tuttavia carità di patria, con il nemico in casa, ed il bisogno urgente di raccogliere comunque tutti gli sforzi nella resistenza bellica, ci vieterebbero, se anche non fosse la censura – quest’ultima orma di inimicizia alla dura e sana verità, nell’interesse dei colpevoli – di analizzare con crudele sincerità le colpe e denunziare pubblicamente i responsabili antichi e nuovi.

«Eppure solo la coscienza degli errori passati indicherebbe agli italiani il modo di riparare oggi, come si può, dinanzi al supremo pericolo, e di mettersi risolutamente per una nuova via.

«Ma, ad ogni modo, quello che non si può fare oggi, conviene pur che sia fatto un giorno, e il più presto possibile, se il paese non deve morire; perché la concordia nazionale non diventi il ricatto dei colpevoli ai buoni cittadini; e perché non avvenga che, riabilitati presso gli incoscienti ed inorgogliti dalla sventura del paese, gli organizzatori della disfatta si accingano a perturbare il giudizio delle responsabilità, a consolidarsi al potere, a rovesciare l’indignazione di parte delle masse contro quelli che vollero la guerra, ed annullare il valore morale di tanti sacrifici e di tanto devoto amore di giovani per la patria.

«Bisogna che, almeno appena sia finita la guerra, la nazione sappia, compia il suo esame, vegga la storia degli ultimi cinquant’anni, quello che fu, al lume di quello che deve essere e che doveva essere.

«E per questo è necessario preparare sin da oggi una esposizione sincera, completa, documentata degli errori e delle colpe che ci hanno condotti alla disfatta del 24 ottobre; così che, a guerra conchiusa, gli italiani, leggendo le pagine rivelatrici e riconoscendo in esse, imparino e sappiano provvedere…»1.

Queste parole esprimevano, ed esprimono tutt’ora assai bene, il desiderio che c’era nei migliori italiani di cacciare via la menzogna, l’equivoco, la retorica della vita nazionale, L’Italia, dopo Caporetto, volle sapere che cosa era; non volle più consolanti menzogne ma dure verità. Non seppe forse volerle con totale, completa energia. Rimase la censura, più d’un equivoco perdurò e spesso rimbalzò fuori l’idropisia letteraria. Ma si fecero molti passi avanti, molte verità poterono essere palesate, parecchie mormorate; le voci dal basso furono più ascoltate, molti uomini di valore, che il regime aveva condannato ad un secondo piano vennero portati più in alto, per il bisogno che si sentiva di loro. Si fece più spesso appello alle capacità. Nell’esercito gli ufficiali di complemento e della territoriale ebbero adito ai gradi superiori e furono utilizzati negli organi direttivi con grande giovamento. Comandi, Stato Maggiore, Ufficio Informazioni, Sezioni Propaganda ne furono pieni.

L’Italia acquistò allora cognizione di sé, del proprio essere e della propria piccolezza, di ciò che poteva e sapeva, di quanto era giusto pretendesse e di quanto bisognava lasciasse. Ebbe un intuito più preciso dei propri limiti, ed entro quelli, una più chiara coscienza della propria dignità e dei propri doveri. Fu saggia e paziente, ebbe entusiasmo, fede, tenacia e sincera unione di spiriti. Chiamò a contributo tutte le forze, dette esempi mirabili di energia e di eroismi. Quasi tutti gli italiani sentirono il dovere di fare un poco di più delle loro forze. Le anime religiose di cui ho parlato ne l’ultimo paragrafo del mio «Caporetto» ebbero dei riconoscimenti ufficiali. Lo spreco delle migliori energie dell’esercito quasi cessò: divenne un impiego ragionato.

L’atmosfera di quel periodo ce la ricorderemo lungamente, con orgoglio; e in questi tempi di delusione, con rammarico. Abbiamo allora vissuto le nostre ore migliori. Lo spirito del paese agitato e pur serio, intensamente si fissava sopra un solo scopo e si sentiva pieno di una speranza legittima, ben diverso da quello sfarfalleggiare di fede cieca e vana di molti mesi prima. La fiducia nella vittoria non era più il luogo comune derivante da una asserita facilità che sotto una benevola stella conduce a compimento indefettibile le sorti d’Italia, ma la coscienza di quanto si faceva per rimediare agli errori del passato e per ottenere nel mondo una più giusta riparazione ed il nostro posto.

Quando, volgendomi indietro, ora che una pace è raggiunta, penso a quel tempo, come mi paiono giuste le parole di un taccuino dove scrissi: – la pace sarà tanto più difficile della guerra quanto il vivere è più difficile del morire. Vivere, esige uno sforzo quotidiano, morire, quello di pochi minuti. – Ma allora non si pensava al danno che una vittoria improvvisa e nella sua rapidità impreveduta, e in certo modo più grande dei meriti dell’Intesa, avrebbe fatto ai fini della guerra: non si pensava all’ubriacatura violenta che avrebbero preso tutte le classi dirigenti e gli alti militari di tutti i paesi, travolgendo ogni ritegno, facendo dimenticare ogni promessa, preparando cause di nuovi conflitti, seminando malumori e disgusto, scetticismo e diffidenza fra popolo e popolo, fra classe e classe. Nel quale travolgimento noi cademmo più in basso degli altri, perché meno imperialisti lo apparimmo di più, meno ambiziosi urtammo nelle difficoltà maggiori, e ci guastammo il vanto e il gusto della vittoria.

Ma riesciremo anche a sorpassare questo periodo, più difficile della guerra e più duro di quello della resistenza al nemico invasore, purché si adoperi in questo tempo, che sarà più lungo di quello da Caporetto al Piave ed alla vittoria finale, la stessa volontà di veder chiaro nei nostri difetti nazionali e di porvi riparo. Abbiamo molte colpe da espiare, come dopo Caporetto. Ma in questo si dimostra la forza di un popolo più che nel pascersi di illusioni e di parole.

Indice
La propaganda nel paese

  1. Comitato per l’esame nazionale, che vedo con piacere annunzia ora la prossima ripresa del suo programma (Roma, via 3 novembre, presso Volontà).
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