I. Il retaggio dei morti

Rievochiamo per un momento qualche guerra del passato: le campagne garibaldine. Il loro senso e la loro particolare fisionomia noi li afferriamo nella rievocazione e nella sintesi di concreti episodi e di stati d’animo significativi. Da essi trasluce sempre qualche cosa che trascende la particolarità; s’irradia un animo che si leva a momento ideale di quelle lotte. Ricorderemo i combattimenti sul Gianicolo, la rabida furia del Bixio, il Masina spronante il cavallo su per le scale del Casino dei quattro venti, la disperata difesa del Vascello, le morti del Manara, del Dandolo, del Morosini, del Mameli; seguiremo i Mille erranti per i latifondi e le montagne di Sicilia, rievocheremo gli episodi della lotta a Palermo, a Milazzo, al Volturno, risentiremo la poesia dell’Abba. In questo processo si maturerà il nostro concetto delle guerre garibaldine, come di eroiche romantiche avventure. La difesa di Roma, senza speranza alcuna di successo, ci apparirà quale effettivamente fu: una difesa suprema dell’onore d’Italia: in grande, una di quelle singolari tenzoni celebrate dai romanzieri del Risorgimento, tra i volontari d’Italia e l’esercito francese; ciò che salvò con l’onore, la fede e la speranza della sorgente nazione. La spedizione dei Milel la sentiremo come il vertice d’una volontà matura, che scuote e scorre la penisola, e raccoglie insieme tutte le forze costituitesi nella lunga vigilia. Il balenar degli animi negli episodi particolari spiega aspetti e intrinseche necessità delle superiori direttive della guerra. Sentiamo pienamente la necessità del particolare come carne e sangue della storia.

Se ripensiamo invece alla guerra recente, notiamo che, pur con tutti gli studi diplomatici, strategici, tattici, economici, pur con tutta l’esuberanza episodico-giornalistica – anzi a motivo di quest’ultima così infida e retorica e atta a suscitare scetticismi e incredulità -, la guerra delle nazioni non ha ancora per noi una fisionomia ben definita. Le moltitudini combattenti le vediamo ancora come massa grigia di cui la strategia pretende di aver disposto ad arbitrio. A ciò indubbiamente concorre la sterminata vastità della guerra e la sua stretta contiguità con noi. Nessuno, negli eserciti immensi, sovrasta di tutto il capo sulla folla, come Aiace nel campo acheo; il momento di guerra che noi possiamo aver vissuto limita di per se stesso la nostra visuale. Infine, la cronaca giornalistica, tendenziosa e di maniera, s’è inabissata nel discredito. Ma i combattenti hanno voluto riconoscere in essa la loro vera anima e i loro travagli1. Alla cronaca giornalistica è subentrato il romanzo di trincea, talora con acclamato successo di verità umana2. Ma il riconoscimento di verità storica all’opera d’arte può avvenir solo a traverso un processo critico, che distacchi dalla finzione e inveri per proprio vigore il frammento artistico. Ci troviamo perciò dinanzi al problema di una storia spirituale della guerra; ché, certamente, quegli eserciti ebbero un’anima che li resse; che circolò nella parola sussurrata nella trincea; che urtò contro i motivi eterni dell’egoismo e della conservazione personale; che sofferse e pianse la famiglia lontana, il dolore assiduo, i compagni caduti; che si levò nell’ebbrezza degli assalti; che spasimò nei rovesci. Per porre mano a questa storia dobbiamo distaccare, in un momento d’obbiettiva contemplazione, la guerra da noi stessi; dobbiamo risentirne il pathos, ma insieme definirlo: senza asservirci ad esso, ché, allora, mancherebbe il contorno;, sentirlo eternato nella sincerità della storia.

Per fare un primo passo in questa storia, io credo che convenga iniziare lo studio delle vestigia di quest’animo dell’esercito italiano, cominciando dalle lettere e dai diari dei combattenti3, e rintracciare fra essi i documenti più sinceri e i più caldamente vissuti, quelli che, rimoti da ogni pensiero di pubblicità, fermano pensieri intimi e profondi, o li confidano a madri e a spose lontane, al cospetto della morte onnipresente: ciò che spiega il tono netto di molti di questi documenti: come di chi ricapitoli in un momento supremo tutta la propria vita e ne determini le grandi linee.

Già la massa edita di questi documenti è vastissima4, quella inedita è presso che infinita5. Inoltre, nella sterminata serie degli opuscoli commemorativi con cui il dolorante orgoglio delle famiglie tentò di sottrarre all’oblio la memoria e il nome dei singoli caduti, talora avviene che all’incerta o convenzionale parola del commemoratore, ne subentri un’altra più forte, e in frammenti di lettere ci parli un’anima anelante sul Carso o inchiodata come vedetta sulle cime delle Alpi. È tutta una letteratura oscura, di scarsa diffusione, ma che merita d’essere scrutata.

Non ignoro le obbiezioni che allo studio di tali documenti di guerra possono rivolgersi, e le ho lungamente meditate. Mi si potrebbe dire – ed effettivamente mi è stato detto da taluno scettico su questa impresa -: «In primo luogo, la ricerca dovrebbe essere infinita, per quanti sono stati i combattenti italiani. Poi, gli epistolari e i diari pubblicati sono il meglio dei migliori, e una storia che rifugga da ogni convenzionalismo agiografico, oltre dell’eroe deve tener presente anche il mediocre e il vile, che venan di sé la realtà umana. La cernita di queste lettere dovrebbe farla lo storico stesso dalla intatta congerie dei documenti. E poi, anche potendo far questo, gli epistolari non avranno mai importanza come documento di storia militare, poiché la censura postale impediva di parlare delle operazioni di guerra: non sempre daranno un esatto quadro della vita di trincea e del combattimento vissuto, perché affetto e pietà verso i parenti dovevano suggerire attenuazioni e reticenze; o boria e vanità potevan far esagerare. Non solo: ma chi assicura che anche il tono forte ed eroico non sia spesso una posa, e che l’idea della futura pubblicità non alterasse e abbellisse? Infine, le lettere che si possono studiare, sono le lettere delle persone colte, degli ufficiali sopra tutto; quelle dei soldati sono in massima parte disperse: e là dove le possediamo sono di solito schematici notiziari per le famiglie6, e non possono per ragioni estrinseche, e anche per intrinseca incapacità d’espressione letteraria, documentarci l’anima del soldato: eppure l’esercito si componeva di soldati, oltre e ben più che di ufficiali».

Ho riflettuto a lungo su queste difficoltà del procuratore del diavolo, e pur registrandole – come si deve far sempre con le richieste del procuratore d’un personaggio di tanto riguardo – quali momenti di controllo critico da esercitare caso per caso, documento per documento, come monito contro il generico, ho trovato tuttavia che la tesi scettico-pessimistica sia da respingere. Essa infatti è fondata su di un inadeguato concetto della storia, come di qualcosa che nasca dalla meccanica agglutinazione dei documenti, i quali riuniti insieme dovrebbero darci una lunga pellicola cinematografica della realtà. Siamo in quella curiosa interferenza, frequente di questi tempi, fra storia e cinematografia. Si dimentica persino che anche il dramma cinematografico ha le sue soluzioni di continuità, il taglio, che determina i quadri. Da un punto di vista strettamente storico, noi non possiamo trascurare una serie di documenti, perché non sono la serie totale ed integrale. Ogni documento va scrutato per sé, e interpretato e valutato per ciò che effettivamente significa, e per ciò che può porgere alla nostra ricerca. D’altronde, ogni ricerca storica si compie scartando infiniti documenti che per noi non hanno valore, e tenendo anche presente che ogni più ricco archivio è pur sempre lacunoso e tendenzioso. Esiste, infatti, un archivio che onn sia stato costruito a traverso una selezione di documenti, e di solito da parte degl’interessati? Chi non sa che una notizia frammentaria sopresa, una lacuna tendenziosa documentata, svalutan talora centinaia di documenti concordi in senso contrario? La storia non è il documento bruto, ma il documento ravvivato e inverato dalla critica, e collocato nel suo giusto posto.

Tornando al nostro argomento, noi dobbiamo scrutare che cosa contenga questo retaggio dei morti. Il lavoro sarà inevitabilmente frammentario; ma solo ponendovi mano si può iniziare la storia morale della guerra, che non sarà senza importanza per la storia più strettamente militare. Una diffidenza preventiva contro questa serie di documenti non sarebbe né giusta né umana, né sopra tutto ragionevole. Dovremmo presumere che uomini che seppero ben morire, abbian rappresentato una parte dinanzi alle madri, ai padri, alle spose viventi nell’angoscia. Nella storiografia, il paventato errore agiografico nasce non dal fatto che si studino documenti di valore ideale, invece della cronaca nera della polizia, ma dall’acrisia dello storico che non sa discernere il sincero dal falso, il punto saliente dalla zeppa. Non è difetto del documento, ma della mente storica; non si corregge col cinismo, ma con più elevata equanimità.

Anche il rivolgere la nostra attenzione sopra tutto al materiale edito non è senza una sua giustificazione. Accettiamo il criterio della pubblicazione come una prima, sia pur grossolana cernita, proprio come quella prima cernita che costituisce gli archivi. Indubbiamente una ricerca dell’inedito renderebbe ancora immensi tesori di vita morale; ma quello che si è pubblicato, pur essendo un esiguo frammento, è materiale scelto; ci presente, se non tutto il meglio, un frammento del meglio. Certamente, converrà sempre tener presente che questo momento di superiore vita morale, di più salda fede non si deve estendere genericamente; faremmo torto agli animi migliori se dimenticassimo che gli entusiasmi e le fedi eroiche, il sereno cosciente sacrifizio non erano cose comuni e volgari neanche nell’esercito combattente, e che la grandezza dei migliori consisté proprio nel permeare una materia spesso avversa, nel contrastare e nel vincere le inerzie, i torpori, le paure, che son presenti in ogni esercito, come Tersite nel campo acheo. Non sarebbe giusto dir con Carlo V «Todos, todos caballeros». Nel caso nostro non si tratta di slanci lirici che sorvolino senza impedimenti, come una lieta fanfara, la realtà, ma di operosa e travagliata passione patria, di coscienza fiera del dovere, che si apre con dolore la via. E talora lo slancio faticava ad affermarsi, talora si chiudeva diffidente in se stesso, schivo di parole, fastidito d’ogni pompa e amaro nel giudizio verso gli uomini; salvo a prorompere impetuoso nel momento supremo. V’è quindi anche una restistenza pigra: ma essa, a ben considerarla, non è protagonista di storia; è il momento della pura natura che è eternamente vinta e piegata in tutto il corso della storia umana. La non volontà, quella che non si potenzia in un ideale, e non diventa, per questo ideale, positiva volontà, è un limite, un ostacolo inerte, una misura, se si vuole, delle forze operanti: come la pietra che potrà servir di base a un tempio, che franando potrà seppellire l’uomo, ma non è protagonista di storia, se la storia si rivela a noi quale coscienza dell’attività creatrice dell’uomo7. Gli è per questo incentramento della storia nelle forze operose, negli ideali viventi e animanti, che il pensiero storico, nella visione della perenne operosità costruttrice, pare inclinare all’ottimismo, mentre la lentezza, la dissipazione di sforzi continui, oltre le previsioni e le speranze nostre, danno spesso un senso amaro della vita a chi opera e combatte.

Questo incentramento della storia nelle personalità viventi ed operose, considerate anima d’una pigra mole, è condizione essenziale della storia, anche per quegli indirizzi che amano concepire sociologicamente la realtà, come conflitti di ceti e di classi. Ad un certo punto, classi, ceti, nazioni s’esprimono e si rappresentano a se stessi in uomini di ricca vitalità; senza di essi, quei vasti corpi rimarrebbero mere potenze, da nulla fecondate. Uomini rappresentativi, si dice; e la designazione può esser giusta nello scrupolo che altri animi consimili possano essere sfuggiti alla nostra ricerca. Ma la sfumatura collettivistica non è esatta; se è vero che tutte le forme spirituali inferiori s’appuntano in quel vertice, non è esatto dire che in tutti sia quel vigore e quel valore. Quelle forme di vita, quegli ideali consacrati dall’offerta e dal sacrifizio, sono ciò che effettivamente ha creato la storia.

Non è quindi ingiusto, contro ogni pretesa quantitativa, rappresentare l’esercito operante come mosso dal cuore vivo dei suoi migliori, che soffrirono l’angoscia e la responsabilità di tutti, che non disperarono nei rovesci, e nei loro ideali di patria e d’umanità trovarono il viatico per l’aspro cammino.

In un attento esame dei documenti, noi vedremo come le singole esperienze della vita di guerra, pur tra le individuali divergenze di temperamenti, si assommano in una serie di stazioni ideali del lungo calvario. E insieme avremo l’impressione che ci si dissuggelli un pensiero segreto, una passione più riposta, sol che noi rievochiamo l’esercito come ci apparve allora. V’era qualcosa di sottaciuto, una specie di diffidenza a far mostra dei propri entusiasmi, una specie di ironia sottile, che talora pareva amarezza, una tacita regola di galateo a dissimulare il proprio ardore, sì che spesso nelle lettere risuonan lagnanze contro questa specie di scetticismo8. Nelle lettere, invece, si rivela candidamente a quale altezza giungesse la passione di guerra. Siamo di fronte ad un magnanimo pudore che a volta a volta fu la grandezza e la debolezza della nazione in armi. La cosa si spiega per diverse cagioni. In primo luogo, si era parlato troppo durante la preparazione, troppo declamavano i giornali con la buona intenzione di tener su gli animi, perché non si determinasse una reazione di diffidenza contro la parola; si affermava, su casi particolari, che troppi sostenitori dell’intervento al momento critico avevano dato indietro. Poi effettivamente, dinanzi alla prova, si sentiva la temerarietà dei discorsi; il cimento rendeva silenziosi. Mancava nella moltitudine degli ufficiali di complemento quella specie di baldanza e di iattanza, che nasce dalal preparazione militare professionale. Ma, sopra tutto, la sobrietà di parola di determinava nel contatto col soldato richiamato. Il contatto col soldato era il primo grosso problema, che si affacciava al nuovo ufficiale. Erano due formazioni spirituali diverse9. Le vie per cui l’ufficiale giungeva ad accettare e a volere la guerra, rimanevano chiuse al soldato, nel quale il sentimento guerriero si ridestava a traverso un altro processo, più elementare, di passioni ed istinti primigeni, in uno stadio, diremo, omerico. Al contadino richiamato (in Italia la lunga civiltà ha troppo allontanato quella fase primitiva per cui la vita dei campi è strettamente affine alla vita di guerra, e Marte è insieme il dio delle messi e il dio delle armi), al contadino dispiaceva che la guerra potesse essere per qualcuo cosa voluta ed argomento di giubilo.

Pel suo sentimento, la guerra era un male, un castigo dei peccati, che solo la Vergine poteva deprecare. Ma, una volta scatenatosi il flagello, lo accettava e lo sopportava virilmente, come il buon agricoltore regge alal tempesta e al solleone. Poi un maschio senso di bravura, devozione al suo ufficiale, stizza e dispetto per il nemico10, il desiderio di vendicare i compagni caduti, formavano la sua nuova anima guerriera. Ma voleva il diritto di desiderare la pace, di rimpiangere la sua casa, di dir male degli «studenti» che avevano scatenato la guerra (poco importava se il tenente a cui era personalmente affezionatissimo era uno studente), e non amava per questo suo rabbuffato stato d’animo i discorsi solenni e le grandi parole. E all’ra all’ufficiale non restava altro linguaggio da usare che il taciturno esempio (la più alta gloria di quegli ufficiali improvvisati), il produgarsi senza limiti, anche oltre il bisogno, il dimostrar coi fatti che egli soffriva gli stessi dolori, affrontava più grandi rischi. E i giovinetti del ’97, del ’98, del ’99 guidavano di notte nelle trincee i veterani dell’88 e dell’89, superstiti della Libia e dei primi anni di guerra. A sua volta, però, da questa sostenutezza e da questa compassione, da questa scarsa espansione d’ideali, affioravano note amare e pessimistiche; il meglio rimaneva occulto; ognuno si sentiva solo a viver la sua passione. Invece eran palesi gl’inevitabili casi di svogliatezza, e il fenomeno del così detto imboscamento. Ma se lo scandalo allora fermava l’attenzione, se pareva amarissimo che non tutti sentissero il pungolo dei civili doveri, adesso noi possiamo documentare una marcia inversa dalle retrovie verso il nemico, l’accorrer dei saldi petti nelle trincee. E nulla ce lo rappresenta meglio in concreto di Fausto Filzi, il fratello del martire compagno di Cesare Battisti11. Era un giovane irrequieto e tempestoso. Con dispiacere della famiglia, non aveva voluto ultimare gli studi. Aveva sostenuto le lotte e le baruffe dell’irredentismo trentino: poi, preso da insofferenza era emigrato nell’Argentina, dove aveva sofferto miseria e stenti d’ogni genere. Si era da poco sistemato, quando gli giunse la notizia della tragica fine del fratello. Non resse alla smania interna, né lo frenò il pensiero della famiglia già funestata dalla tragedia. Riattraversò l’Oceano, si arruolò artigliere, poi frequentò il corso d’ufficiale, poi passò volontario nei bombardieri. Nel suo tumultuoso furore vedeva nero; e da Susegana scriveva una lettera molto amara alla fidanzata del morto fratello:

(Susegana, 21, 3, ’17). …Vedi, Emma, io sono qui venuto pieno d’entusiasmo per essermi levato dall’artiglieria, dove non mi sembrava d’essere al mio posto, e mi figuravo che, dato il pericolo cui corre la nostra arma, ci fosse fra bombardieri quella famigliarità, quella fratellanza che fa tanto bene, e che tanto sostiene lo spirito, che ci fosse, se non dell’entusiasmo, almeno un grande amor patrio, almeno del coraggio, perdio! Ho trovato invece della diffidenza fra camerati, una stragrande volontà di far… lavorare gli altri, e poi, al posto dell’amor patrio, un sentimento che confina con la paura. Se li vedessi, Emma, certuni fra i miei camerati con certe facce cadaveriche andar sempre strisciando piccini sulle orme dei superiori onde potere, sfruttando cortigianesco frasario, prepararsi un posticino nel bosco, se tu li vedessi solamente alle prove dei tiri, quando c’è il pericolo che qualche piccola scheggia arrivi a noi, vedresti quanto sacra considerio la pelle. Cosa sarà poi in trincea?

Ma a questo punto però si accorge di aver esagerato alcuni singoli casi, e si corregge:

Per fortuna questi non sono i più, ci sono pure dei giovani pieni di vita e di coraggio, nei quali domani in faccia al pericolo si può esser certi di trovare dei veri camerati12.

Ma, nel suo pessimismo, gli sfuggiva ciò che invece risalta ai nostri occhi: il suo accorrere verso la morte che valeva bene l’occultarsi di qualche codardo. Egli qualche mese prima aveva scritto sempre alla fidanzata del fratello una lettera che ce lo rappresenta vivo nel suo maschio e anche rude carattere:

(Verona, 7, 11, ’16). …Perché, Emma, sia pure sotto l’impulso dell’immenso dolore, quando parli di lui, del suo supplizio, non sai frenare qualche parola di biasimo al suo operato, qasi attribuendo a sua colpa il non aver dato retta ai tuoi angosciosi consigli, l’aver pensato troppo tardi a chi tanto amava? Credi forse che Fabio nell’atto d’arrolarsi non abbia pensato alla sua Emma, alla sua mamma, alla sua famiglia? Molto, troppo avrà meditato; però il suo ferreo carattere gli ha additato la via da seguire, sormontando i più grandi ostacoli, Se tu, Emma, avrai amato nel tuo Fabio molte doti, prima fra queste avrai ammirato qualla d’essere di carattere forte, d’essere uomo; e ti par possibile che Lui, dopo essersi dimostrato in tempi placidi sempre radicalmente adepto alla Causa Nazionale, dopo aver lottato sempre e con energia per una possibile redenzione delle sue terre, avresti desiderato tu che, giunto all’ora della suprema prova, avesse ritirato il braccio, avesse rifiutato l’opera sua, non avesse offerto il suo sangue? Sarebbe o no stato per lo meno egoista? L’avesse fatto anche per amor tuo! Tu dirai che poteva essere più utile alla Patria in altro modo, senza il sacrificio: poteva, però non doveva; il suo carattere non lo permetteva. E i tuoi consigli non derivavano in parte dall’egoismo per la paura di perderlo? So che con tutto quello che ti sto scrivendo non ti convinco, perché, per quasi tutte le donne, la Patria è la famiglia…
Il rimproverare poi me di essermi arrolato e di voler prendere il posto di Fabio, il ricordarmi la mamma mia, è crudele, Emma; però tentare questo tasto sarebbe come ammettere che nelle mie vene non scorra lo stesso sangue che pulsava in quelle di mio fratello13.

La coerenza che aveva condotto a morte Fabio, egli la sentiva e la descriveva semplicemente come una necessità fatale, di natura, una forma di egoismo, diceva nella sua ingenua filosofia, sì da escludere ogni vanto ed ogni compiacimento di gloria:

(Verona, 16, 2, ’17). …Io ti devo confessare una cosa di cui certamente mi condannerai, e appunto per questo voglio affrontare il tuo giudizio. Avrei potuto tacere. Oggi ho fatto domanda di esser mandato in prima linea e nei bombardieri. Il 20 di questo mese partirò per Susegana ad assolvere un brevissimo corso di bombarde, e poi andrò al fronte, in prima linea. Che vuoi, Emma, il fronte, la prima linea è una cosa che m’ossessiona da mesi; là avrò tutti i disagi, sarò ferito, forse troverò la morte, forse resterò mutilato; io ci penso a tutte queste cose, eppur son certo che non resterò deluso nelle mie idealità, che a te sembrano esagerate e da bambino. Ti ricordi? m’hai fatto tante raccomandazioni, me le ha fatte indirettamente la mamma mia14; ma pure, Emma, credilo che quando penso che mi sarà dato finalmente di poter essere vicino, vicinissimo, ai grugni austriaci, quando penso che una mia bombarda ne potrà frantumare una diecina, credilo, Emma, che non posso pensare né alla mamma né al papà, né a nessuno. Chiamalo ossessione, chiamalo fanatismo questo che mi turba, io non so. Io son propenso a credere che sia un po’ di egoismo – lo sai, son convinto che tutte le azioni dell’uomo sien il prodotto dell’egoismo – di quell’egoismo che avevano i primi cristiani di farsi ammazzare per degustare la felicità di morire per Cristo. Io vorrei che tu potessi essere e vivere nel mio animo per un solo momento e comprenderesti che non ne posso fare a meno. Vedi, tutti gli altri irredenti in questo e in altri reggimenti, anche di fanteria, si sono lasciati mandare in batterie antiaeree, come informatori, ecc. ecc. Credi tu che io con le mie idee li critichi, li disprezzi? No, io gl’invidio, essi lo possono fare, io non ne sono capace. Io non rieco a convincerti, lo so, che faccio bene a far così, a voler andare incontro alla morte. Perdonamelo almeno tu, se un giorno non potrà perdonarmelo la mia mamma15.

Così partì verso la morte. Il giorno 8 giugno 1917, a Monte Zebio una granata austriaca colpiva in pieno una catasta di bombe nella sua batteria, e nel vulcano di fuoco spariva il secondo dei Filzi: esempio singolare di quella leva sulle leve, che il miraggio della guerra compiva, trascegliendo gli animi forti e le volontà tenaci.


Note:

  1. Ritorna frequente nelle lettere dei combattenti la nota amara e sprezzante per le corrispondenze di guerra. Sopra tutto inaspriva i soldati la falsificazione della loro psicologia, come di gente che in guerra si divertisse e ci pigliasse gusto, né più né meno che ad uno sport. Questo pareva un’offesa alle loro sofferenze e al loro dolore, e quasi un invito ai rimasti a dimenticarli. E contribuì non poco alla formazione della crisi di disperazione che si rivelà nell’autunno del ’17, quando il soldato si credette un dannato a morte fra l’indifferenza cinica del paese. Anche le parole vane si scontano a caro prezzo! Trascelgo, fra le mote, la protesta più sintetica, quella di Claudio Calandra, il figlio dello scrittore Edoardo Calandra, un soldato degno del vecchio Piemonte: «(23 ottobre ’16). … Quello che fa veramente schifo è quella loro ostinatezza a voler descrivere la guerra come cosa poetica, fatta di poesia e di sentimento, anziché di sangue, d’orrore e di sofferenze inaudite. Io sono un disgraziatissimo pittore fallito, ma, nell’anima, artista quanto qualunque gazzettiere, e ti assicuro che nella guerra non ci ho trovato nulla di eccessivamente poetico: forse perché io sono sempre stato in trincea, e i signori reporters se ne stanno nei loro lontani osservatori. Dipende dal punto di vista. Quando una granata scoppia in un cimitero, Barzimi dice: “che le croci s’inchinano al suo passaggio”, ma non dice che i cadaveri in avanzatissima putrefazione volano per aria a brandelli e appestano col puzzo loro Dio sa quanti chilometri di trincea. Dov’era lui, il fetore non si sentiva; dov’eravamo noi, non si poteva respirare» (In memoria di Claudio Calandra; Roma s.a. [ma 1918], p. 30).
  2. Scrivevo ciò già prima del nuovo risveglio della letteratura di guerra iniziatosi coll’apparizione del libro del Remarque.
  3. In questo studio m’atterrò al principio di occuparmi di pubblicazioni postume, per evitare ogni discussione con possibili ambizioni letterarie. Farò eccezione per le lettere degli umili.
  4. Mi avvalgo della collezione di B. Croce, e in parte di quella vastissima della Biblioteca del Risorgimento di Roma, messa a mia disposizione, con squisita cortesia, dal professor Mario Menghini. Insieme col Croce ed il Menghini sento il bisogno di ringraziare quanti (non faccio l’elenco dei nomi per non dimenticar qualcuno) ebbero la bontà di farmi avere materiali editi ed inediti.
  5. Una vastissima raccolta di lettere inedite si trova nel Museo del Risorgimento di Milano a quanto mi comunica il conservatore professor A. Monti. Ma lo studio di queste lettere non è ancora consentito.
  6. Una ricca raccolta di lettere di nostri soldati la dobbiamo al dottor Leo Spitzer il quale come censore postale austriaco per le corrispondenze in lingue romanze, raccolse i documenti più caratteristici dal punto di vista linguistico e da quello psicologico nel volume: Italienische Kriegsgefangenbriefe, Materzalien zu einer Charakteristik der volkstümlichen italienischen Korrespondenz, Bonn 1921. Di questa silloge (che è nella collezione del Croce) ci occuperemo in appendice.
  7. Valga un esempio: nella citata silloge dello Spitzer, pp, 195 sgg. abbiamo una scelta di lettere di disertori italiani del campo di Theresienstadt: la scelta essendo stata fatta da un nemico è fuori del sospetto di tendenziosità italiana. Eppure nulla di più insignificante di quelle lettere: attestano solo il più banale istinto di conservazione: nulla hanno da dire allo storico. E se possedessimo tutti i diari degl’imboscati, non ci direbbero nulla, perché nulla storicamente essi han creato. Non troveremmo neppure il lirismo della poltroneria, che è invenzione di drammaturghi.
  8. Cfr. per es. il seguente passo di BENEDETTO SOLDATI, Lettere e ricordi, Saluzzo 1919, pp. 22-23: «(18, XI, 1915, da Piacenza)… Qui nessuno sa che sono volontario, credono tutti, o quasi tutti, che ho fatto domanda di diventare ufficiale per salvarmi dal pericolo di portare lo zaino. Ed io mi son guardato sempre dallo smentire siffatti giudizi, perché ne avrei fatto nascere un altro peggiore, che io sono un pazzo e un seccatore. Meglio passare inosservati, che essere accolti con un risolino di scetticismo». Ed Elia Begey (In memoria dell’avv. Elia Ernesto Begey, Torino 1916, pp. 43-44) svolge lo stesso sentimento con calore religioso: «(6 agosto ’15 alla sorella Maria)… In fondo, alla guerra ci si dovrebbe andare come ad un rito in cui tutti possono essere chiamati ad un sacrificio; ci si dovrebbe andare con l’anima pura e libera da ogni men che nobile pensiero. Ora questo non si riscontra sempre, ed io comprendo che uomini come Vajna abbiano potuto sentirsi soli spiritualmente.
    «Anch’io nel mio modesto idealismo e sentimentalismo mi sento talora un po’isolato. E così sogno tutto solo guardando le stelle cadenti la sera e ripetendomi qualche bella cosa che abbia letta e che abbia trovato rispondenza nell’anima mia. Con questo non mi credo niente più degli altri e sono convinto che mi ci vorrà molto sforzo per conservare in mezzo ai futuri eventuali pericoli la calma e la serenità dello spirito».
    Nel suo diario questo motivo del pudore e della solitudine spirituale ritorna nelle pagine bellissime ch’egli dedica ad un collega morto sotto una valanga, e che mi piace riprodurre integralmente: pp. 78-79: «Ricevo l’incarico di cercare l’indirizzo del mio amico e vedere a chi sia più opportuno mandare il triste annunzio. Ci siamo accorti che, pur essendogli amici, ignoravamo tutto di lui. Si scherzava molto tra noi; ognuno parlava anche della propria vita così di sfuggita, ma erano solo cose esteriori; esiste sempre una istintiva ritrosia a parlare di ciò che ci è intimamente più caro. Sfoglio la corrispondenza, ma sono intimidito. Non oso penetrar in quella piccola vita ignota. L’amico mi appare subito diverso da quello che conoscevo. Lo sapevo buono, meglio, intuivo la profonda bontà sua, ma non sapevo quanto essa divenisse vita e luce per coloro ch’egli amava. Tutti gli scrivevano affettuosamente; ma le frasi anche più semplici acquistano dinanzi alla morte una suggestione e una potenza infinita.
    «La sorella gli scrive della madre malata che pensa al figliuolo; del nipotino che comincia a parlare e al ritorno del bravo alpino gli correrà incontro e gli griderà: “Ciao zio Pep”. Povero bimbo! un’altra cosa più grande è andata incontro allo zio, e nell’ombra della morte il tuo balbettio non avrà risposta».
    (NB. Normalmente, dopo una prima citazione del titolo dell’opera, l’indicazione della pagina si riferirà sempre alla pubblicazione in memoriam che a ciascuno singolarmente si riferisce).
  9. La cosa risaltava agli occhi del nemico che notava la semplicità elementare della psicologia del gregario, e la passione viva dell’ufficiale. Cfr. L. SPITZER, Italienische Kriegsgefangenbriefe cit., p. 212: «Mit der naiv treuherzingen Gleichgültikeiskundgebungen del Mannschaft steht das heroische Pathos der Offiziersbriefe in schreiendem Gegensatz – eine Dissonanz die im Zusammenwirten von Offizierskorps und Mannschaft in feindlichen Feuer ebenfalls zum Austrick commen muss. Die Todesverachtung der italienischen Offiziere lässt sich auf verschiedene Motive zurückführen: erstens auf den Einfluss der dem Gebildeten eher zugänglichen Presse; zweitens, die Anhänglickeit des Gebildeteren an heimische Kulturideale; drittens, auf die höhere Kultur selber, die ihrem Vorkämpfer die sittliche Kraft verleiht dieses teuerste der Güter zu verteidigen». Lo stesso concetto in due valorosissimi ufficiali italiani, i fratelli Giuseppe ed Eugenio Garrone (cfr. Ascensione eroica a cura di L. Galante, Milano 1919). Eugenio così scriveva alla sorella Margheritina il 14 maggio ’17 (p. 174): «… e se ho tanta calma, è perché da loro [i soldati] la attingo, da loro che tutto hanno dato, che tutto sono disposti a dare per un sentimento sacro di dovere, senza il conforto dell’intelligenza e dell’anima che li guidi e li ispiri». Il fratello Giuseppe così ribadiva il 10 agosto del ’17 (p. 218): «Con gli ufficiali sono inesorabile. In questi tempi si deve pretendere cento dall’ufficiale per avere il diritto di ottenere uno dal soldato che pure è privo di ogni conforto fisico e morale e di quella grande forza che è data dalla coscienza precisa della giustizia delle nostre aspirazioni».
  10. L’avversione verso il nemico nel soldato assumeva spesso l’aspetto della provocazione spavalda delle contese fra borgata e borgata; la piccola patria suggeriva i modelli per la grande lotta. Un ufficiale cita un caso tipico: «(23 novembre 1915)… ho punto due soldati che di notte erano usciti con un piffero ed erano andati fin sotto le trincee nemiche a cantare le canzonette. Cose dell’altro mondo. Si capisce, ne nacquero fucilate e di notte. Però sono da ammirare questi alpini. Ora li lascio due giorni dentro, poi li libero». Cfr. Il tenente degli alpini Pietro Borla ed alcuni suoi compagni di martirio e di gloria. Scritti e memorie raccolte da A. Freschi, Torino 1919, p. 30.
  11. Nato a Capo d’Istria il 1° luglio ’91 da G. Battista e da Amelia Ivandich, morì a Monte Zebio l’8 giugno ’17. Su di lui e sul fratello Fabio, cfr. l’opuscolo Fabio e Fausto Filzi. Ricordi ed appunti di G.B.F. (il padre dei caduti), Rovereto 1921.
  12. p. 93.
  13. pp. 89-90
  14. La madre si trovava a Katzenau, dove il padre dei Filzi era internato.
  15. pp. 91-92
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