Chi ha sparato le ultime cannonate a Vittorio Veneto

Tratto da “Genova Alpina”, anno VII, N. 5-6, luglio-agosto 1975

Rievocazione storica del colonnello (A.M.) Pietro Dorigoni

Disfatta_austro-ungarica
L’esercito austro-ungarico in rotta

Al termine dell’infernale bombardamento durato 4 giorni dal Grappa al mare, alle ore nove del 29 ottobre 1918 la 53ª Batteria del XXIII Gruppo della 2ª Divisione d’assalto degli arditi, facente parte dell’8° Corpo d’Armata alle dipendenze dell’8ª Armata del Generale Caviglia, passa il Piave sul ponte di barche ricostruito sette volte nei pressi del Ponte della Priula e avanza sul terreno sconvolto, preceduta dagli Arditi che con lanciafiamme e bombe a mano fanno piazza pulita del nemico che, annidato nei rifugi sul retro del Castello di Fadalto, sta aspettando la resa. Poi lo insegue sul sistema collinare che porta a Refrontolo.

A San Pietro di Feletto riprende il combattimento, la batteria spara contro retroguardie nemiche. Dopo una tregua notturna turbata da raffiche di mitraglia, bombarde ed esplosioni lontane, la Divisione riprende l’inseguimento: obiettivo Vittorio Veneto che dista ancora una decina di km. La resistenza nemica si fa più violenta, tuonano le artiglierie. I nostri «65» martellano case, strade, incroci intasati da colonne in fuga, mentre su di noi viaggiano le marmitte dei «149» e dei «305» dirette a Vittorio Venero ed oltre.

Nel pomeriggio si spara disordinatamente sul sobborgo e sulla chiesa di San Giacomo di Veglia dove sono asserragliati grossi reparti nemici, che rifiutano la resa. Verso le 17, la batteria entra faticosamente in Ceneda (che con Serravalle forma la città di Vittorio) e percorre 2 km di strada fino allo spiazzo antistante i giardini pubblici dove stanno accampandosi reparti avanzati della divisione, protetti soltanto dal buio della notte, calata d’improvviso.

Qui cerca spazio, per sostare, la colonna someggiata della linea dei pezzi e del 1° reparto cannoni; a 200 metri, più avanti, verso la porta di Serravalle, sentinelle di arditi montano la guardia a ridosso di muri e di macerie che ingombrano il passaggio. Sui declivi degradanti la stretta di Serravalle 3 mitragliatrici nemiche sventagliano l’unico accesso alla porta della città mitragliando a intervalli regolari e inchiodando sul posto, per quella lunga notte, anche la nostra divisione di arditi. Lontano, ad oriente, verso la pianura, le vampate e il sordo tuonare delle nostre artiglierie a lunga gittata che tirano ai ponti intasati del Livenza e del Meduna, dicono chiaramente che l’armata del Duca di Aosta non dà tregua al nemico in piena rotta.

Soldati_italiani_in_trincea
Fanti italiani in trincea in attesa dell’attacco

Notte di Vittorio Veneto tremendamente lunga ed eterna per il soldato italiano che da più di due giorni non ha né viveri né acqua; per i muli che non hanno la razione, non fanno l’abbeverata e piegano le gambe sotto il peso del carico; per l’attendente Lorenzo Piccin, proprio di Vittorio Veneto, che ottiene di nascosto il permesso per andare inutilmente alla ricerca della sua famiglia rimasta a Serravalle dalla ritirata di Caporetto.

Il morale, in quell’accampamento invisibile, si rialza d’improvviso per tutti quando da un via vai continuo di portaordini trapela incontrollata la voce di un armistizio in vista e qualcuno pensa al ritorno, al congedo, alla famiglia. Ma le mitragliatrici nemiche smentiscono col loro canto di morte le speranze di chi combatte a Vittorio Veneto e continuano questo canto fino a quando, prima dell’alba, cesserà d’improvviso.

Alle prima luci la divisione può entrare in Serravalle martoriata e deserta e riprendere contatto furioso col nemico che nel frattempo aveva preso posizione sugli speroni che dominano le tre vallate (due che scendono a Serravalle da una parte e a Revine dall’altra e la terza che sale verso il lago Morto ed il Fadalto) e sparava ancora con le stesse mitragliatrici seminando ancora morte fra gli arditi. La batteria entra in azione immediatamente aprendo il fuoco a 38 ettometri annientando e distruggendo ogni resistenza della retroguardia nemica. Sono le ore 9 della mattinata caliginosa e fredda come la sera precedente. Queste cannonate del mattino con quelle sul sobborgo di San Giacomo di Veglia nel pomeriggio precedente sono le ultime cannonate sparate il 30 ed il 31 ottobre 1918 dalla 53ª batteria a Vittorio Veneto dove veniva posto fine alla guerra mondiale.

È vero e documentato dai comunicati del Comando Supremo che su tutto il fronte, dallo Stelvio al mare, contro il nemico che risaliva in disordine quelle valli che un anno prima aveva disceso con orgogliosa sicurezza, il cannone sparò ancora per altri 3 giorni. Anche la 53ª batteria, nell’inseguimento senza tregua, sparò ancora al Lago Morto, ai tornanti del Fadalto dove farà saltare le grosse condutture delle centrali del lago di S. Croce e oltre al lago, fino a Vieri, verso Ponte nelle Alpi, quando l’aereo tricolore, che risaliva la vallata del Piave alle ore 15 del 3 novembre 1918 segnalava con la fumata verde il «cessate il fuoco» per l’avvenuto armistizio a Villa Giusti.

Ma queste cannonate, sparate dopo Vittorio Veneto, se costarono altri sacrifici all’Esercito Italiano, non posero fine alla guerra, perché questa era già stata conclusa 3 giorni prima in questa città con quelle ultime cannonate sparate al sobborgo di San Giacomo di Veglia in un tardo pomeriggio caliginoso e freddo e alla stretta di Serravalle in un tardo mattino altrettanto caliginoso e più freddo ancora.

Il ricordo di quelle ultime cannonate da allora è sempre vivo in chi fu partecipe di quella storica battaglia col grado di tenente ed ora ne è superstite vivente e privilegiato perché a convalidare e a rendere più preziose queste sue affermazioni, dopo 55 anni esatti di silenzio, riceve una lettera raccomandata da un suo puntatore che ricorda perfettamente l’ordine ricevuto dal suo superiore di sparare ancora per la conquista della Città. Città che, proprio in questi giorni di fine ottobre, torna a rivivere nel cuore dei suoi superstiti come in quelle giornate del 30 e 31 ottobre del 1918 quando, sulle sue rovine, si spegneva il fuoco della grande battaglia e Vittorio Veneto avendo posto fine alla guerra, risorgeva glorioso il 4 novembre perché la Patria la aveva consacrata in eterno la Città della Vittoria.

Protagonisti viventi e superstiti di quelle ultime cannonate a Vittorio Veneto sono lo scrivente allora tenente Pietro Dorigoni di Varazze, classe 1895, matricola di leva n. 587/71 Savona, vicecomandante alla 53ª batteria di montagna ed il caporale Secondo Pasquarelli di Giarole, classe 1897, distretto di Casale, puntatore del 3° pezzo da 65 mont.

All’Ufficio Storico del Ministero della Difesa questo episodio storico con documentazione appropriata è stato già segnalato nei mesi scorsi.

[Foto in alto: soldati italiani attraversano il Piave su un ponte di barche]

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