Una lettera dal fronte nei giorni della Vittoria

Tratto da “Genova Alpina” Anno V, N. 11-12, novembre-dicembre 1973

È la lettera scritta da un soldato-poeta dalla trincea. Il destinatario era un giornalista dell’antica testata del «Caffaro» e la missiva, per un insieme di circostanze, è tornata nelle mani del mittente. Ci sembra un documento che dipinga, con vividi e indimenticabili colori, un momento esaltante della storia d’Italia. Per questo pubblichiamo con piacere questa lettera scritta il 10 novembre del 1918, vale a dire cinquantacinque anni fa.

Caro Vincenzo, reduce da Trento, mi trovo fin da ieri sera in questa città.

La tua ultima mi pervenne l’altro ieri sul Tonale, in una sosta fatta lì allo scopo di prenderci tutto il corredamento della batteria lasciato nei giorni della gloriosa avanzata.

Il 4 Novembre, mio caro Pasquario, è un nuovo giorno. Mentre il raggio della vittoria sfolgora in ogni angolo del suolo italiano, nella mia mente è un’accolta di visione come quando si fanno sogni fantastici e alla mattina ci si trova con la luce del sole sul viso. Tale mi trovo io.

Nel mio settore l’offensiva cominciò nella notte dall’uno al due novembre con un intensissimo fuoco d’artiglieria.

Trasporto cannoniQuella notte non si dormì per niente. Era tale il rombo dei duecentottanta che i muri del nostro accantonamento, per le fortissime vibrazioni, si sgretolavano. Malgrado il tempo un po’ nebuloso, quella mattina fummo in Batteria prima del solito, con la certezza che l’aviazione nemica venisse sulle nostre linee.

Le nostre previsioni furono vane. Prima di mezzogiorno, mentre si esplorava l’orizzonte, si vide una colonna di camions scendere dalle nostre linee e fermarsi al nostro Comando di divisione. Da lì a un po’, una gran quantità di prigionieri scendeva da questi camions. Vinto dalla curiosità mi precipitai di corsa al Comando e ben presto fui loro vicino.

Alla loro presenza un senso di pietà mi turbò il giubilo della nostra vittoria.

VittorioVenetoCiclisti
I primi soldati italiani entrano a Vittorio Veneto

Erano giovani dai 16 ai 35 anni, laceri, pallidi, sudici che si reggevano a stento su bastoni d’alpini. Alcuni sembravano arabi, talmente erano neri, e tutti con sul viso i segni di lunghe sofferenze. Fu distribuito subito del pane con scatolette di carne, essendo, per detta loro, da tre giorni senza mangiare.

Qui vi fu qualche scenetta comica che suscitò un po’ di ilarità: ora erano loro a litigarsi, a darsi pugni, a farsi gambetta, come quando si gioca a foot-ball, nel contendersi il pane. Poco dopo, ecco un’automobile con dei parlamentari austriaci bendati: venivano ad offrire la resa di un’intera divisione.

E intanto i prigionieri continuavano ad affluire non più in camions, ma a piedi. Alcuni nostri ufficiali requisirono tutti i soldati che stavano a guardare, parte li mandarono a prendere prigionieri, parte, armati, li misero di guardia. In breve, la valle era gremita di soldati austriaci. Le notizie che ci portavano erano lusinghiere: l’esercito del nostro settore aveva rotte le linee quasi insormontabili dell’avversario e si era messo a corsa sfrenata alle sue calcagna.

E qui portò anche la mia Batteria il suo contributo. Non potendo più tutte le batterie da posizione proteggere il nostro esercito per la rapidità e profondità dell’avanzata, ci offrimmo volontariamente noi a funzionare da batteria da campagna.

Il comando ci aggregò al 27° Artiglieria da Campagna. Ci fornirono d’un numero rilevante di granate a percussione (le nostre antiaeree sono a tempo) e allestiti i pezzi per la marcia, in breve, fummo alle spalle dei nostri valorosi alpini.

Il 4 novembre 1918 a Trento

Presa posizione, aprimmo un fuoco infernale che durò circa mezz’ora. I cruscotti delle nostre macchine ci servivano da trincea di dove gli automobilisti facevano scariche di fucileria, mentre gli artiglieri con i loro pezzi facevano fuoco accelerato.

Ad un tratto, l’avversario, vinto, in parte si mette in fuga, parte si dà prigioniero. Si rincorrono per un pezzo, ma dopo ci dovemmo fermare stante che la strada per un centinaio di metri era impraticabile per gli scoppi delle nostre stesse granate. Si stette lì fermi tutta la notte sotto una pioggerellina sottile, fitta e continua, mentre i nostri bravi soldati del Genio si diedero, con alacrità, a costruire la strada e i ponti fatti saltare dagli austriaci.

Al domani ci viene la notizia che i nostri erano a Bolzano con un gruppo d’artiglieri del 27°, che durante la notte avevano avuto il tempo di spostarsi. La giornata del 4 novembre per me sarà indimenticabile. Tutto il ripido stradale del Tonale era un fittissimo brulichio di trattrici trainanti cannoni, motociclette, vetture automobili, interminabili colonne di muli, camions, carri con cucine da campagna, branchi di buoi, lunghe file di prigionieri, carabinieri a cavallo, reggimenti di alpini, artiglieria, fanteria (la mia precedente arma del Carso), arditi squadroni di cavalleria, mitraglieri, sembrava che tutta l’Italia si fosse data convegno a un’ora stabilita, nel suolo irredento.

Intanto per l’aria volavano squilli di sirene, suoni di trombe d’automobili, rullii di carri, rotondi ronzii di rapidi motori, giulivi canti umani, fondendosi in un solo suono, in un unico palpito: il palpito del gran cuore festante della Patria. Nel pomeriggio vediamo una colonna di prigionieri con una bandiera italiana e con sul berretto fasce tricolori, s’avanzava cantando l’inno di Trieste.

Quando ci furono vicini, ci gridarono: «Siamo triestini, Viva l’Italia!». «Viva Trento e Trieste», gridammo noi e ci slanciammo l’uno contro l’altro, abbracciandoci e baciandoci con effusione d’affetto. Oh, momento indimenticabile, oh, palpito sovrumano di gioia, che mai vi potrà descrivere e dimenticare. I nostri occhi, fra una nuvola di pianto, si illuminarono d’un ridente raggio, mentre il nostro cuore batteva forte forte. Ci offrimmo scambievolmente delle sigarette e a braccetto li accompagnammo al campo di concentramento. Per istrada ci raccontarono le amare sofferenze di questa guerra, le tiranniche angherie degli austriaci. Ci dicevano che la punizione per loro non era la prigione, ma un gran numero di sferzate che alle volte lasciavano solchi profondi nella carne martoriata.

«Era tanto tempo che vi aspettavamo per poterci sfogare la bile che abbiamo internamente da lunghissimi anni».

Arrivati al campo di concentramento, questi vengono separati dai «tugnin» (così vengono chiamati gli austriaci) e anche a loro si dà ampio soccorso di sussistenza.

giornale_prima_guerra_mondialeAlla sera per ordine del Comando, ritorniamo alla vecchia posizione. Intanto, la notizia della presa di Trento e Trieste che correva fin da domenica1 di bocca in bocca, la leggiamo in forma ufficiale, sul Corriere della Sera. Un grido di gioia si erompe dai nostri petti e al canto di inni patriottici ci aviamo verso l’accantonamento. Gli austriaci, al nostro passaggio, guardavano attoniti i nostri autocannoni che l’Austria non ha, e anch’essi, col sorriso sulle labbra, ci salutavano in italiano: «Buona sera, ciao, ciao. Austria Kaputa (distrutta) niente più guerra».

Saranno stati boemi anche loro anelanti alla libertà e alla pace. Le ragazze lungo la strada ci benedicevano, c’inviavano baci, ci buttavano caramelle, coccarde tricolori, fiori, salutandoci con sventolio di sciarpe e fazzoletti.

L’esultanza aveva oltrepassati i suoi limiti naturali, le manifestazioni erano riflesso di generale follia. A sera, i prigionieri non si contavano più né più si accompagnano: vengono da loro carichi di affardellamenti affluendo da tutte le parti.

Vidi un ufficiale accompagnato da una signora. Altri generali con la loro automobile e il loro automobilista austriaco.

Che abbiano, gli austriaci, intenzione di fare casa in Italia? dissi fra me. Tutta la notte la valle apparve piena di fiamme: non v’era un angolo ove i soldati non avessero fatto dei falò, mentre dalle cime nevose delle Alpi gli alpini c’inviavano il loro giubilo lanciando razzi luminosi verdi, bianchi, rossi che si trasformavano in una cascata di folgore scintillante, come una pioggia di stelle cadenti sui nostri capi in segno di benedizione divina: e in quella notte, si vide brillare la radiosa aurora della redenzione dei popoli oppressi d’Italia.

Dopo alcuni giorni, ci recammo a Trento: era l’apoteosi di tutta una lunghissima vita piena di sacrifici, di martirio, di ambasce, ma con nel cuore sempre la fiamma del patrio amore.

Ti abbraccio con le lacrime della più grande gioia, unitamente ai nostri cari amici e ai colleghi di «Cronache Letterarie» e della «Fiaccola» rimasti a Genova.

Il tuo

Giuseppe Bernardello

Brescia, 10 novembre 1918

[In alto, un’immagine dei soldati italiani a Trento il 4 novembre 1918]

  1. Il riferimento dovrebbe essere a domenica 3 novembre 1918 (N.d.R.).
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