Racconto di guerra di un artigliere alpino

Col. Pietro Dorigoni
Genova Alpina, anno II, n. 2, 1970

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Alberto Picco di Ulrico

Siamo a fine giugno del 1915. Da più di un mese una massiccia figura di capitano che comanda una compagnia di alpini del battaglione Exilles, è alle prese con un famoso «dente» nemico che fa tanto male agli alpini e che, anche se caricato dagli attacchi e dalle nostre cannonate, è sempre duro da estirpare e resiste ancora ostinatamente e costa tante fatiche, tanti sacrifici e soprattutto tanto sangue. Ma un bel giorno, il capitano e la sua compagnia ed altri capitani ed altrettante compagnie di alpini se ne fregano degli «Alpenjaeger» e li sbattono via da quel dente cariato che è rimasto così in mano alpina avvolto nel tricolore con Alberto Picco, l’eroe che per primo l’aveva aggredito.

Il nemico, ancora in vita, esce dalle caverne e dalle trincee e si arrende con il suo comandante di settore, una massiccia figura più corpulenta del nostro capitano alpino, baffuto più del suo re Francesco Giuseppe. Il difensore ungherese padrone assoluto del Montenero che scenderà all’Isonzo per andare a riposare lontano dalla guerra in una accogliente fortezza genovese. E il nostro capitano, con tutti gli altri alpini rimasti, artefici gloriosi della conquista di quel «dente», rimarranno sempre là a difendere fino all’ultimo la loro vetta dalla rabbia nemica che si sfoga dal monte Rosso e dalle vette vicine.

A Genova è già pronto, dal 24 maggio, il 1° Comando Prigionieri di Guerra che ha preso stanza in Via Innocenzo Frugoni, mentre i prigionieri verranno successivamente avviati su tutti i forti sovrastanti la città (Santa Tecla per gli Ufficiali, Richelieu, forte Ratti, Castellaccio, Begato, Puino e Diamante per la truppa). Un alpino artigliere, ancora recluta, al forte San Giuliano, e passato imboscato a quel comando perché studente di medicina, riceve l’ordine dal maggiore Gustavo de Vonderweid (genovese puro) e dal suo aiutante maggiore Tenente Sioli di andare alla Stazione Principe col sergente Calì (interprete) di scorta armata a prelevare un grosso prigioniero ungherese in arrivo.

Prigionieri di guerra austriaci sul fronte del Piave

L’alpino artigliere salta il rancio, parte, attende più di tre ore alla stazione e, finalmente, vede scendere dal treno il prigioniero che viene preso in consegna dal sergente e viene avviato su per la lunga scalinata dell’uscita. Qui fuori il prigioniero si ferma, si dondola un po’, da segni di insofferenza per un pesante bagaglio che fa passare ogni tanto da una mano all’altra e mette fuori certe occhiate da comandante, imperative come per dire: «Ehi, soldato italiano, prendimi questo sacco se no…». Al che l’artigliere da montagna avrebbe risposto subito col gesto classico della mano sinistra che batte con violenza sul bicipite destro per far scattare in alto il pugno, se il sergente di scorta, preso a compassione, non avesse ordinato al soldato di passare da conducente a mulo per il prigioniero fra la curiosità dei passanti genovesi (proibito prendere il famoso tram 27) si incammina per via Balbi, via Cairoli, via XX Settembre, via Innocenzo Frugoni per la breve tappa al Comando e poi proseguimento per corso Buenos Aires, San Martino e, dopo due ore abbondanti di marcia scadenzata, si giunge ai piedi della salita che porta al forte di Santa Tecla, riservato agli ufficiali. Qui il prigioniero, che si asciuga il sudore, dà nuovamente segni di insofferenza forse perché vede quella salita di appena 150 metri più dura di quell’altra che portava a quel «dente» di 2000 e più metri di cui era il padrone; ma questa volta poche parole in tedesco del sergente sono più che sufficienti per farlo arrivare al portone del forte.

Qui entrato, ha dato uno sguardo attorno e quando ha visto, a distanza, delle divise come le sue che si muovevano e scattavano sull’attenti e salutavano, si è rasserenato: ha tirato fuori di tasca un borsellino, ha frugato per parecchio tempo dentro alla ricerca di moneta italiana e quando ha tirato fuori un nichelino da 20 centesimi raffigurante l’Italia nuda avvolta in veli, l’ha porta all’artigliere italiano, diventato suo malgrado attendente per due ore, che l’avrebbe certamente rifiutata se il solito sergente non glielo avesse imposto con un cenno del capo.

L’ingresso del forte di Santa Tecla

Quella monetina italian, inquadrata in una piccola cornice con la scritta: «Mancia del ten. col. ungherese Barna Balogh von Eszesseb per trasporto bagaglio dalla stazione Principe al forte S. Tecla», rimase appesa alla parte dell’ufficio dell’artigliere da montagna alla vista di tutti i militari o civili fino a quando, ai primi mesi del 1916, l’imboscato, zaino in spalla, partiva per il fronte per prendere confidenza con quei «denti» che, prima di lui, il capitano del Montenero aveva valorosamente sperimentati.

E quel capitano degli alpini, pluridecorato, è il generale Camillo Rosso, presidente della Sezione A.N.A. di Alessandria, quello che fece prigioniero il ten. col. Barna Balogh e lo spedì a fare quasi tre anni di ferie a forte Santa Tecla. E quell’artigliere, anche lui con una lunga penna nera, che ricevette la lauta mancia dal prigioniero, era il soldato Piero Dorigoni che al fronte fece carriera coi «denti» dell’Adamello, dell’Altissimo, del Coni Zugna, del Pasubio, del Grappa e giù fino al Montello e poi a Vittorio Veneto dove entrò la sera del 31 ottobre 1918 al Comando della 53ª batteria e dove, la mattina del 1° novembre, mancando ogni rifornimento viveri, il suo attendente, Lorenzo Piccin, offrì l’unico conforto trovato in cantina: il vinello, perché il vino buono l’avevano razziato gli austriaci in fuga.

La targa sopra l’ingresso del forte di Santa Tecla con lo stemma sabaudo

L’artigliere di Genova, l’imboscato del Comando prigionieri, quello della mancia, mai si sarebbe sognato un giorno, dopo oltre 55 anni, di incontrare il più vecchio scarpone del Montenero, quello coi… cosiddetti… duri e di rivivere con lui la sua storia più gloriosa, quella della conquista, in quel giorno del 1915, di quel «dente» che come tanti altri «denti» è stato il cimitero di noi alpini…

E il prigioniero del forte Santa Tecla, una volta padrone assoluto di quel «dente», certamente nella sua prigionia, e forse anche al suo rientro in Patria, sarà rimasto con quel dente sullo stomaco, prigioniero di quel dente e in quel dente che il nostro capitano con tutti gli altri alpini del Montenero, versando tanto sangue alpino, gli aveva asportato una volta per sempre.

E il generale Rosso, quando rievoca le vicende gloriose di quel «dente», ringiovanisce e fa ringiovanire perché la lingua batte sempre dove il dente duole… o meglio duole dei ricordi, sia tristi che felici, del suo passato lontano di alpino fra gli alpini, lassù dove Picco e tante altre «penne nere» hanno lasciato la loro penna per sempre.

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