Il ricordo di un grande presidente della Sezione di Genova dove meno te lo aspetti

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Rudyard Kipling

In questi giorni è uscito in edicola, nella raccolta Narrativa della Grande Guerra (Corriere della Sera), uno dei classici della letteratura sul fronte italiano nella Prima guerra mondiale, il libro di Rudyard Kipling intitolato La guerra nelle montagne. Si tratta di un’opera per certi versi atipica, poiché è uno dei pochi resoconti stranieri che rendono onore allo sforzo compiuto dal Regio Esercito su un fronte particolarmente accidentato come quello dei confini nord-orientali dell’Italia.

Di per sé, il lavoro di Kipling, grande giornalista, narratore e viaggiatore (notissimo per il Libro della Giungla ma anche per i numerosi reportage giornalistici) non meriterebbe la pubblicazione in un volume monografico, visto che non supera le sessanta pagine. L’editore ha quindi scelto di corredarlo con un saggio, La lunga marcia degli Alpini, a firma di Massimo Zamorani, di una settantina di pagine. E proprio qui, nell’ultimo capitolo intitolato “Gli Alpini e la pace”, troviamo una sorpresa, il ritratto di Renzo Less, reduce di Russia, prigioniero nei campi di concentramento nazisti, imprenditore di successo e presidente della Sezione ANA di Genova. Ma soprattutto, dell’opera di Less, viene citato quello che fu forse il momento culminante, l’enorme lavoro svolto in occasione del terremoto in Friuli del 1976.

Ci è parso significativo riportare integralmente questo capitolo, certi che l’editore vorrà perdonare questa nostra incursione in territori a noi sconosciuti come quello dei diritti d’autore; ma d’altra parte è anche di noi che si parla. E forse, gli Alpini della Sezione che leggeranno queste righe, correranno in edicola a comprare il volume.

Anche dal punto di vista della tempistica l’occasione ci è parsa particolarmente fortunata. Da pochi giorni, infatti, il nucleo di Protezione Civile della Sezione di Genova è tornato a casa dall’ennesimo intervento in zone colpite da calamità naturali. Se consideriamo il fatto che proprio Less è considerato uno degli ispiratori della Protezione Civile italiana, le ragioni del nostro interesse sono evidenti.

Ecco quindi la trascrizione dell’ultimo capitolo del saggio di Massimo Zamorani. Buona lettura.

Gli Alpini e la pace
Un alpino in Mozambico

Con il riassetto delle Forze Armate della Repubblica italiana postbellica, le truppe alpine sono state inizialmente organizzate su cinque brigate, drasticamente ridotte a quattro nel 1991, con lo scioglimento dell'”Orobica”. Inquadrate nel IV corpo d’armata alpino sono rimaste “Taurinense”, dislocata in Piemonte, “Tridentina” in Alto Adige, “Cadore” in Cadore e “Julia” nel Friuli. Ogni brigata è costituita da un numero di battaglioni variabile da tre a cinque, più un gruppo di artiglieria da montagna. A partire dal Libano nel 1981 reparti dell’Esercito hanno partecipato a missioni all’estero di carattere di vario genere, sempre in ambito multinazionale per conto dell’ONU o della NATO. Invariabilmente si trattava di missioni definite come “apportatrici di pace” e altrettanto invariabilmente erano invece belliche, in quanto è evidente che là dove si spara e si muore imperversa la guerra, non certo la pace. Sovente del contingente inviato in queste missioni facevano parte reparti Alpini: in Bosnia a più riprese dal 1994 al 1997, in Kosovo dal 1999 al 2010, in Irak nel 2003, in Afghanistan dal 1990 in poi e non sono mancati i caduti. Soltanto la missione in Afghanistan fino al 2010 è costata la vita a otto Penne Nere.
Un esito sorprendente ha avuto la missione del battaglione “Susa” della brigata “Taurinense” in Mozambico nel 1993-94. In questo grande Paese africano (due volte e mezzo l’Italia) con 20 milioni di abitanti, diventato indipendente nel 1975 da colonia portoghese che era, imperversava la guerra civile da 16 anni. Due fazioni: il FRELIMO di tinta marxista che si era insediato al potere e il RENAMO all’opposizione, finanziato dagli USA, si combattevano come si usa in Africa, senza esclusione di colpi. L’aspetto più atroce di questo conflitto consisteva nel fatto che sia da una parte che dall’altra era diventato corrente togliere i ragazzi, i bambini addirittura, alle famiglie e costringerli a combattere. Le conseguenze di questa guerra erano state devastanti: ogni attività economica sospesa, villaggi spopolati, fuggiaschi che vagavano al solo fine di sottrarsi al saccheggio e alle sopraffazioni. L’arrivo degli Alpini ha avuto, nel breve volgere di qualche settimana, un effetto sorprendente: i fuggiaschi sono tornati nei villaggi e hanno ripreso a coltivare i campi abbandonati da anni.
Al “Susa”, che operava per conto dell’ONU, erano stati distribuiti i sacramentali caschi azzurri, sui quali gli Alpini avevano collocato l’immancabile penna nera. I rappresentanti delle Nazioni Unite hanno fatto presente che non era ammesso per chi era impegnato in missione ONU alterare gli elementi distintivi. La risposta degli Alpini è stata decisa: o con la penna sul casco azzurro o ce ne andiamo. Sono rimasti e l’atmosfera è cambiata assai prima che gli accordi di pace fossero stipulati. Nelle chiese erano state ripristinate le funzioni religiose e alla domenica tornavano ad essere celebrate le tradizionali messe danzate, soppresse soprattutto dalla fazione marxista.

La tenda del modulo radiologico dell’ospedale da campo dell’ANA

L’Associazione Nazionale Alpini è il più grande serbatoio di generosa solidarietà che esista in Italia ed è organizzato in modo del tutto anomalo in confronto agli usi nazionali. Tutto quello che oltrefrontiera è regolato in modo preciso e funzionale nella Penisola opera invece nel caos congenito e costante: funzionano per modo di dire ferrovie, poste, telefoni, sistema sanitario, pubblica burocrazia, mentre l’ANA rivela la sua capacità di operare con la rapidità e la funzionalità di tipo elvetico proprio nei momenti di emergenza cocente. A partire dal disastro del Vajont del 9 ottobre 1963 al terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009 non c’è stato disastro dove l’intervento degli Alpini promosso dall’ANA non sia stato determinante: Irpinia 1980-’82; alluvioni in Valtellina 1982, a Genova 1992, in Piemonte 1994, terremoto in Umbria e Marche nel 1997, ancora alluvione in Piemonte e Valle d’Aosta nel 2000, terremoto in Abruzzo nel 2002. All’aeroporto di Orio al Serio è giacente un completo ospedale da campo shelterizzato, a moduli, trasportabile, proprietà dell’ANA, in grado di essere rapidamente spostato in caso di urgente necessità, in Italia o in qualunque altra destinazione. Progettato, realizzato, gestito, aggiornato a spese dell’ANA, è il secondo esemplare, perché il primo, trasferito in Armenia in occasione del terribile terremoto del 1988 (25.000 vittime), è stato poi donato e lasciato sul posto.
Vogliamo ricordare un solo episodio che è tanto significativo da valere per tutto quell’insieme di iniziative, di lavoro, di prodigarsi, sviluppato dall’ANA da mezzo secolo a questa parte. Quando, il 6 maggio 1976, si è scatenato il terremoto del Friuli, l’ingegnere Renzo Less si è trasferito con tutto un cantiere, maestranze e attrezzatura, da Genova e Gemona e si è impegnato a sue spese nella ricostruzione della cittadina distrutta. Renzo Less, classe 1921, già sottotenente nel 2° reggimento artiglieria alpina, gruppo “Vicenza”, 20ª batteria, divisione “Tridentina”, medaglia d’argento al valor militare conferita sul campo, era a Nikolajewka nella fatale giornata del 26 gennaio 1943. Questo spiega tutto, perché chi torna dall’inferno si sente per sempre legato da un debito inestinguibile verso quelli che invece sono rimasti laggiù.
Il sottotenente Less è stato uno dei pochi a tornare. Dopo quaranta giorni al campo contumaciale di Osoppo, aveva ottenuto una licenza e al termine di questa era rientrato al reggimento a Vipiteno. Intanto era capitato l’armistizio dell’8 settembre e il conseguente intervento dei tedeschi che se lo sono portato prigioniero in Germania. Nel campo di concentramento di Wietzendorf si è trovato in compagnia di illustri colleghi: Giovannino Guareschi, il pittore Giuseppe Novello, il musicista Pietro Coppola, il filosofo Enrico Paci. Quando, trascorsi due anni dietro il filo spinato, è tornato in famiglia, il già atletico sportivo, sciatore e alpinista pesava 46 chili. Per recuperare il tempo che gli era stato rubato, si è buttato nello studio riuscendo a laurearsi in ingegneria in capo a due anni. Sposato e insediatosi a Genova, ha fondato e guidato un’azienda di successo ed è stato eletto alla presidenza della sezione cittadina dell’ANA. Imprenditore edile di prestigio, ha ottenuto per la sezione di Genova l’affidamento del cantiere numero 8 per la ricostruzione di Osoppo.
Sono poi arrivate dagli Stati Uniti e dall’Argentina le commissioni di friulani emigrati, con lo scopo di contribuire al finanziamento della ricostruzione dei loro paesi natali e hanno deciso di affidare i fondi raccolti non già alle istituzioni governative ma agli Alpini dell’ANA, impersonata da Less. È stata un’epica impresa civile e umana: a tempo di primato sono state ricostruite Genova, Osoppo e Vipiteno, che hanno conferito all’ingegnere Renzo Less la cittadinanza onoraria. L’iniziativa di istituire l’organizzazione della Protezione civile è stata proprio a seguito dell’intervento dell’ANA per il terremoto del 1976. 

Quando, per partecipare al 74° Raduno Nazionale del 19-21 maggio 2001, anche gli Alpini di Osoppo sono affluiti a Genova, Less li ha accolti dal suo letto all’ospedale Galliera. Ha fatto in tempo a salutarli prima di chiudere gli occhi per sempre.
Alla moglie Argia, ai figli, ai nipoti, sono rimasti, esposti bene in vista nel salotto di casa, la medaglia d’argento di Renzo, il cappello alpino informe e scolorito con il gallone di sottotenente che non aveva mai voluto sostituire con i gradi successivi, conformi alle promozioni conseguite. Sul cappello sono appuntati i distintivi del reparto e quello con le sciabole incrociate della campagna di Russia. È il cappello di Nikolajewka. Sullo scaffale c’è il libro di Giulio Bedeschi Nikolajewka c’ero anch’io, con dedica autografa dell’autore: A Renzo Less dedico con fraternità alpina, nel ricordo di Nikolajewka e di chi là cadde combattendo per noi superstiti.

[Foto in alto: Alpini della brigata “Cadore” all’opera durante il terremoto del Friuli]

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