24 ottobre: stesso giorno, due ricorrenze

Spesso, chi è appassionato di storia si imbatte in alcune strane coincidenze. Una di queste è la ricorrenza di certe date a volte per eventi complementari o di segno opposto. Talora, è evidente l’intervento umano, nel tentativo di attribuire un significato evocativo a determinati atti; talaltra, invece, prevale la casualità.

Ebbene, uno di questi casi riguarda proprio la data del 24 ottobre. Nel 1917 proprio in questo giorno ebbe inizio la tragica ritirata di Caporetto, mentre nel 1918 il 24 ottobre segna l’inizio della definitiva battaglia della Grande Guerra, quella di Vittorio Veneto. Nel mezzo, è ovvio, vi furono molti eventi: la resistenza sulla linea del Piave, l’avvicendamento di Cadorna con Diaz al comando delle operazioni, il reclutamento dei ragazzi del ’99, e molti altri fatti ancora.

Ma quello che ci interessa in questa sede è notare come la stessa data segni il momento più tragico della guerra da un lato e quello più glorioso dall’altro e come nella memoria collettiva sia rimasto prevalente il primo. La stessa parola “Caporetto” viene ancora oggi utilizzata (e non solo dagli italiani) per definire una sconfitta disastrosa, di portata inimmaginabile, anche se sempre più sovente la si trova collocata limitatamente all’interno del gergo sportivo.

Ma cosa successe esattamente in quei giorni di 99 e 98 anni fa?

Le truppe tedesche della 12ª Divisione fanteria avanzano lungo la valle dell’Isonzo nei primi giorni della battaglia di Caporetto

Alle 02.00 del 24 ottobre 1917 cominciò la battaglia che venne definita anche “Dodicesima battaglia dell’Isonzo”. Austria-Ungheria e Germania avevano potuto trasferire, grazie alla crisi dovuta alla Rivoluzione russa (della quale l’ultimo atto stava per compiersi), consistenti contingenti di truppe dal fronte orientale a quello occidentale e italiano. Forti di questi rinforzi, gli austro-ungarici, affiancati da reparti d’élite tedeschi, sfondarono le linee tenute dalle truppe italiane che, impreparate a una guerra difensiva e duramente provate dalle precedenti undici battaglie sul fiume Isonzo, non resistettero all’urto e dovettero ritirarsi fino al Piave.

Questa sconfitta portò alla destituzione del generale Luigi Cadorna il quale, per tentare di occultare i suoi gravissimi errori tattici, cercò di imputare le ragioni della sconfitta alla viltà di alcuni reparti. Il comando in capo dell’esercito fu quindi affidato al generale Armando Diaz.

Una delle prime trincee scavate nell’argine destro del Piave (ottobre-novembre 1917)

Gli italiani furono vittima soprattutto delle innovazioni tattiche apportate dai tedeschi (i quali tennero sempre costantemente informati gli austro-ungarici dell’evoluzione della loro tecnica bellica). In secondo luogo, occorre ricordare che, a fronte di un notevole incremento nelle risorse messe a disposizione dell’Alto Comando in termini di uomini, armi (specialmente cannoni) e mezzi (in particolare degli aerei da combattimento), era carente l’addestramento, determinato dallo scarso numero di istruttori disponibili e dalla necessità di coprire un fronte vastissimo (circa 660 km.). Alle innovazioni tedesche, l’Italia opponeva sempre il tradizionale schema offensivo basato su una intensa azione delle artiglierie seguita dall’attacco dei fanti. Dal punto di vista della difesa, inoltre, poche erano state le direttive emanate dal Comando Supremo e anch’esse riguardavano quasi esclusivamente l’uso dell’artiglieria. Sia gli italiani che i loro avversari avevano uno schema di difesa basato su tre linee, ma il Regio Esercito, a differenza di quello austro-ungarico, aveva la tendenza ad ammassare uomini in prima linea, lasciando le due posteriori scarsamente presidiate. Cadorna, infatti, riponeva estrema fiducia nella capacità dell’artiglieria di spezzare l’offensiva nemica. Austro-ungarici e tedeschi adottavano un sistema di “difesa elastica”. Accettavano, cioè, la possibilità di ripiegare per qualche chilometro per poi preparare meglio la controffensiva, da lanciare nel momento in cui, non più protetti dal tiro dell’artiglieria, gli avversari entravano in crisi sotto il fuoco nemico.

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La ritirata delle armate italiane verso il Tagliamento dopo lo sfondamento di Caporetto

Ad aggravare la situazione italiana, vi era poi la eccessiva burocratizzazione dell’esercito. Gli ordini tedeschi e austro-ungarici passavano solo attraverso i comandi di divisione e di battaglione, mentre quelli italiani erano sottoposti a una lunga trafila: corpo d’armata, divisione, brigata, reggimento e, solo alla fine, battaglione.

Qualche innovazione, seppure di portata minore, era stata fatta anche da parte italiana. Il 29 luglio 1917 vennero infatti creati, per ordine del generale Capello, gli Arditi, reparto posto alle dipendenze del capitano Giuseppe Alberto Bassi. Questo provvedimento, tuttavia, ebbe poca possibilità di incidere nella battaglia di Caporetto, per il ridotto numero di questi uomini, per la loro vocazione tipicamente offensiva e per la scarsa esperienza in materia di guerra difensiva.

Nonostante l’impeto dell’offensiva congiunta di austro-ungarici e tedeschi e le conseguenze che si ebbero sul morale delle truppe, occorre dire che il Regio Esercito seppe riorganizzarsi abbastanza rapidamente e, attestandosi sul Piave (dove completarono il posizionamento il 12 novembre), linea da difendere a oltranza, seppero contenere l’impeto degli avversari.

Armando Diaz, nuovo Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito a partire dall’8 novembre 1917

Ci volle qualche giorno, ma lo shock conseguente alla ritirata da Caporetto venne riassorbito dagli ambienti politici e militari italiani, che si adoperarono per riprendere in mano e stabilizzare la situazione, in questo aiutati anche dagli anglo-francesi. Il ministro delle Armi e Munizioni, generale Alfredo Dallolio, comunicò di essere in grado di rimpiazzare tutte le armi e le munizioni perse entro il 14 novembre e che per dicembre sarebbero stati pronti 500 cannoni ai quali se ne sarebbero aggiunti altri 800 forniti dagli alleati. L’8 novembre avvenne il cambiamento più importante, con la destituzione di Cadorna e la sua sostituzione con Armando Diaz, assistito da Gaetano Giardino e Pietro Badoglio in qualità di sottocapi di Stato Maggiore.

Le divisioni che i francesi inviarono in aiuto aumentarono a sei e quelle inglesi a cinque entro l’8 dicembre. Sebbene non entrarono subito in azione, funsero da riserva, permettendo al Regio Esercito di distogliere le proprie truppe da questo compito. Sull’altro fronte, i tedeschi, ritenendo assolto il proprio compito di aiutare gli austro-ungarici, decisero di trasferire metà dei propri cannoni, la 5ª, la 12ª e la 26ª divisione sul fronte occidentale nei primi giorni di dicembre. I rapporti di forze subirono, nel volgere di poche settimane, un rapido mutamento.

Il primo segnale della riscossa italiana avvenne per merito della 4ª Armata del generale Mario Nicolis di Robilant che, stanziata in Cadore, si era ritirata il 31 ottobre con l’ordine di organizzare la difesa del Monte Grappa e di realizzare la saldatura tra le truppe dell’Altipiano di Asiago e quelle schierate lungo il Piave. Questa posizione, da difendere a oltranza, era di vitale importanza per l’intero esercito italiano, dato che una sua caduta avrebbe trascinato con sé l’intero fronte. Gli uomini di Robilant riuscirono a mantenere la posizione e la storia della Grande Guerra proseguì verso un epilogo favorevole alla parte italiana.

Mitraglieri italiani sul Monte Grappa

Proprio il contenimento dell’attacco austriaco nella zona del Monte Grappa fu la chiave di volta per gli esiti della guerra. Una tenuta non certo semplice, visto che caddero 5.200 soldati, 18.500 furono i feriti e 600 i dispersi (quasi un terzo degli effettivi della 4ª Armata). E proprio i luoghi della seconda battaglia del Monte Grappa (la prima si combatté, come precedentemente accennato, nel quadro della cosiddetta prima battaglia del Piave) sono stati oggetto nei giorni scorsi di una dura pressa di posizione dell’Associazione Nazionale Alpini contro l’utilizzo di questo scenario per l’ambientazione di un videogame sulla Prima guerra mondiale (v. Francesco Dal Mas, La guerra sul Grappa in un videogioco, Corriere delle Alpi, 22 ottobre 2016).

Saltiamo qualche avvenimento storico e arriviamo alla data del 24 ottobre 1918. Ha inizio quella che sarà l’ultima battaglia della Grande Guerra per il Regio Esercito. Si combatté nella zona fra il Piave, il Massiccio del Grappa, il Trentino e il Friuli e seguì di pochi mesi l’offensiva austriaca del giugno 1918. Quest’ultima era stata combattuta prevalentemente sul Piave e sul Grappa e il suo fallimento aveva avuto come conseguenza un grave indebolimento dell’esercito imperiale. L’offensiva italiana, fortemente sollecitata anche dagli alleati che già erano passati all’offensiva sul fronte occidentale, iniziò mentre l’Impero austro-ungarico iniziava a dar segni di disfacimento a causa delle tensioni politico-sociali tra le numerose nazionalità presenti nel suo territorio e mentre erano in corso tentativi di negoziati per porre fine alle ostilità.

La battaglia di Vittorio Veneto conobbe due fasi ben distinte: la prima, duramente combattuta, nella quale l’esercito austro-ungarico fu in grado di opporre un’ultima strenua resistenza; la seconda, caratterizzata dall’improvviso e irreversibile crollo della difesa, con la progressiva disgregazione dei reparti e defezioni fra le minoranze nazionali. Ciò favorì la rapida avanzata dell’Esercito Italiano fino a Trento e Trieste.

Il 3 novembre venne concluso l’armistizio di Villa Giusti che entrò in vigore a partire dal giorno successivo e Armando Diaz emise il suo famosissimo Bollettino della Vittoria. Con il disfacimento dell’Impero austro-ungarico e la vittoria italiana, che permise l’annessione delle terre cosiddette “irredente” si concluse la Prima guerra mondiale sul fronte alpino-dolomitico.

[Foto in alto: truppe e popolazione civile attraversano festose il Cordevole, 2 novembre 1918]

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